BRESCIA 28 APR I giudici – BRESCIA, 28 APR – I giudici del tribunale di Brescia hanno escluso il reato di riduzione in schiavitu' ma hanno condannato una donna romena e il figlio che aveva avuto rapporti sessuali con una bambina di 13 anni che gli era stata data in sposa, rispettivamente a quattro anni e quattro mesi e a quattro anni. La legge prevede, infatti, che non possa essere considerato consapevole un rapporto sessuale, quando si hanno meno di 14 anni, esattamente come la ragazzina romena. L'accusa aveva chiesto che l'uomo venisse condannato a 8 anni di reclusione e la madre a sette anni, considerandoli responsabili anche di riduzione in schiavitu'. Tesi che non e' stata accolta dalla Corte d'assise di Brescia. La vicenda e' stata valutata quindi esattamente con lo stesso metro adottato dalla Corte d'appello di Brescia nei confronti di un'altra per molti versi simile. La sentenza di secondo grado e' stata letta due settimane fa. Sul banco degli imputati, un giovane rom e i suoi genitori, 'sposo' e 'suoceri' di una bambina che aveva partorito a 13 anni. La squadra mobile della Questura di Brescia aveva iniziato ad occuparsene in seguito a una segnalazione sanitaria dei medici a cui la donna aveva portato la 'nuora' per una visita. Il figlio e' infatti affetto da una malattia contagiosa quindi era sorto il timore che la bambina fosse stata contagiata in seguito ai rapporti sessuali. Venne sottoposta a una terapia di profilassi che, a quanto si e' appreso, avrebbe scongiurato qualsiasi ipotesi di contagio. Ora la ragazza, che da un punto di vista giudiziario rimane parte offesa, e' sempre legata sentimentalmente allo sposo-imputato che lavora in Italia e ogni due settimane la raggiunge in Romania. L'avvocato Enzo Trommacco, legale degli imputati in entrambe le vicende, dopo la lettura della sentenza ha commentato: '' Non esistevano anche in questo caso i presupposti per la riduzione in schiavitu'. Certo, nei campi nomadi possono esserci altri casi come questi''.