Il collasso del mercato finanziario americano? Una catastrofe annunciata. In primis per l’intreccio perverso fra settore finanziario e sistema politico. Come e perché la finanza americana sta trascinando nel baratro l’intera economia Usa lo spiega sull’Huffington Post il corrispondente Thomas B. Edsall. Anzitutto analizzando il trend di crescita del settore finanziario Usa, ci si accorge di quanto questo abbia pesato sul prodotto interno lordo.
A partire dagli anni ’80 il trend di crescita, in termini di volume d’affari, della finanza statunitense parla chiaro: dal 1973 al 1985 il settore finanziario non ha sviluppato più del 16% dell’utile complessivo delle aziende nazionali. Nell’86 la quota ha raggiunto il 19%, mentre negli anni ’90 è oscillata tra il 21% e il 30%, il valore più alto mai raggiunto dal secondo dopoguerra. Questo decennio è schizzato al 41%. Una crescita esponenziale a tratti perversa, per le forti dipendenze delle banche dal mercato immobiliare e assicurativo.
Un sistema “drogato” a quanto pare, che però le varie amministrazioni Usa hanno sempre alimentato: «Il capitalismo-amico è ora comune nella finanza Usa: fin dal 2000, il settore finanziario ha pompato un totale di due 2,4 miliardi di dollari nel sistema politico, di cui 961 milioni in donazioni ai singoli candidati e/o partiti politici e 1,88 miliardi in investimenti da parte delle lobby verso il Congresso.
Tuttavia secondo l’Huffington Post le responsabilità sul «tilt della politica economica in favore dell’industria finanziaria – riscontrata nella soprattutto nella gestione di Timothy Geithner, Henry Paulson e Robert Rubin – non possono ricadere né su una sola persona né su un’istituzione».
