ROMA 2 MAG Reti sempre piu' – ROMA, 2 MAG – Reti sempre piu' povere nelle acque del del Mar Mediterraneo, e gli italiani, pur consumando la stessa quantità di pesce del 1999, hanno bisogno di importare il 37% di pesce in piu', poiché le catture sono molto diminuite e i mari sovrasfruttati. Secondo il dossier Fish Dependence Day, presentato da Nef (New Economics Foundation) e Ocean2012, il 30 aprile abbiamo mangiato l'ultimo pesce italiano, esaurita tutta la quota 2011, e da allora l'Italia dipende dal pescato proveniente da altri mari. Cio' non significa che da domani non troveremo pesce italiano sui banchi dei mercati, ma il calcolo statistico permette di misurare quanto il patrimonio ittico sia a rischio. Ma questo non riguarda solo l'Italia perche' nelle prossime settimane diversi Stati Membri dell'Unione Europea (la Spagna l'8 maggio e la Francia il 13 giugno) raggiungeranno il loro 'Fish Dependence Day', il giorno della dipendenza dal pesce importato, mentre per l'Unione il giorno della dipendenza da mari extra-Ue e' il 2 luglio. Nei mari italiani i pescherecci hanno sempre piu' difficolta' a far catture, e, sebbene gli stock ittici siano una risorsa rinnovabile, secondo i dati forniti dalla Commissione Europea ''noi, insieme ai portoghesi e ai tedeschi, preleviamo pesce dai nostri mari molto più velocemente rispetto ai tempi di ripopolamento''. Gli studiosi avvertono che ''il 54% dei 46 stock ittici Mediterranei esaminati sono sovra-sfruttati'' come dichiara Aniol Esteban di Nef/Ocean2012, co-autore del rapporto. A tavola tuttavia, aggiunge, ''il consumo di prodotti ittici rimane invariato, e il divario rispetto alle importazioni cresce sempre di più'', lasciando l'Italia a tutto import di pangasio e specie non territoriali, con ''il peggiore squilibrio commerciale di tutti i Paesi Membri''. Il fermo pesca di quattro mesi per la fascia costiera e il blocco dell'attività delle imprese per 30 o 60 giorni, per invertire una tendenza che nei primi mesi dell'anno ha visto crollare la produzione ittica (-50 per cento) e' la proposta di Coldiretti ImpresaPesca. L'Ue, lamenta Serena Maso, coordinatrice nazionale di Ocean2012 (i cui membri italiani sono Cts Ambiente, Green Life, GRIS, Fondazione Cetacea, Legambiente, Marevivo, MedSharks, Oceanus onlus, Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli, Tethys Research Institute), ''aveva la più grande zona di pesca al mondo, ma non e' riuscita a gestirla responsabilmente''. Tuttavia, per il presidente Federcoopesca-Confcooperative, Massimo Coccia, ''nessun allarmismo''. Oltre due pesci su tre acquistati in Italia, precisa, ''sono pescati all'estero e non e' una novità che il nostro paese sia fortemente dipendente dall'importazioni di prodotti ittici. Quello che e' cambiato e' che ci sono meno pescatori, meno barche, ma non meno prodotto''. Secondo l'associazione, la strada da intraprendere per una corretta valorizzazione delle produzioni nazionali ''passa dal pescare meno, offrendo più qualità e sicurezza alimentare''. Ma ''consumare molto più pesce di quanto le acque europee siano in grado di produrne significa compromettere il futuro degli stock ittici e delle comunità che dipendono dalla pesca e mettere a rischio posti di lavoro sia in Europa che in altre parti del mondo'' dice Esteban, segnalando ''i pericoli del vivere oltrepassando la soglia della sostenibilità ecologica''. In questo quadro non roseo offerto dagli ambientalisti, la Riforma europea della Politica Comune della Pesca, che si concluderà nel 2013, offre ancora l'opportunità di capovolgere questa situazione.
