GERUSALEMME – In un discorso, che e' ritenuto un'anticipazione di quello molto atteso che terra' la settimana prossima davanti al Congresso americano, il premier israeliano Benyamin Netanyahu ha illustrato oggi alla Knesset i principi su cui si basa la sua politica per un accordo di pace con i palestinesi. Principi, peraltro, che sembrano ricalcare quelli da lui enunciati gia' nel giugno del 2009. Dopo aver affermato che il conflitto con i palestinesi non deriva dall'assenza di un loro Stato ma dal rifiuto di accettare l'esistenza stessa di Israele, Netanyahu ha enunciato questi sei punti cardinali. Il primo, ha detto, ''e' che i palestinesi devono riconoscere Israele come Stato del popolo ebreo''. Il secondo ''e' che un accordo di pace deve porre fine al conflitto e alle richieste (palestinesi) allo Stato di Israele''. Il terzo e' che ''il problema dei profughi palestinesi deve essere risolto al di fuori dei confini di Israele e non al suo interno''. Il quarto e' che uno stato palestinese potra' nascere ''solo nel quadro di un accordo di pace che non comprometta la sicurezza di Israele''. A questo proposito Netanyahu ha detto che il costituendo stato di Palestina ''dovra' essere smilitarizzato, includere concrete disposizioni di sicurezza sul terreno, compresa una presenza militare di Israele di lunga durata lungo il fiume Giordano''. Il quinto punto e' che le aree di grandi concentramenti di insediamenti ebraici in Cisgiordania ''dovranno restare dentro i confini dello Stato di Israele''. Il sesto stabilisce che l'intera Gerusalemme dovra' restare la capitale di Israele. Israele, ha aggiunto, sara' in cambio disposto a compromessi anche ''dolorosi'' su aree che definisce della biblica Terra di Israele. La pace pero', ha detto, ''la si puo' fare solo con un nemico che la vuole'' e il costituendo governo di unita' palestinese includendo una fazione, Hamas, che rifiuta l'esistenza stessa di Israele e quindi ''non puo' essere un partner di pace''. Nel suo intervento Netanyahu ha detto che i cambiamenti profondi in atto in Medio Oriente, come le aspirazioni delle masse arabe alle liberta' politiche ed economiche, fanno sperare nel lungo periodo in una svolta positiva anche per la fine del conflitto arabo-israeliano. Ma nell'immediato periodo di transizione la situazione di Israele, secondo il premier, rischia di diventare problematica e va guardata cosi' come e', tenendo gli occhi ben aperti.
