Uno dei fattori più sorprendenti della crisi iraniana è l’assordante silenzio delle comunità musulmane in Occidente. Non reagiscono gli islamici moderati, non si fanno sentire gli esuli, a vario titolo, dell’Iran. Soprattutto negli Stati Uniti, dove risiedono centinaia di migliaia di cittadini di origine iraniana (qualcuno dice un milione e mezzo), non si registrano interventi di nessuna natura.
Eppure sono i discendenti dell’elite del Paese, parte della quale emigrò ai tempi dello Scià e parte, in misura più consistente, dopo l’avvento di Khomeini. Ci si sarebbe aspettati da loro una qualche forma di iniziativa a sostegno delle proteste che stanno infiammando Teheran. Invece niente. Al contrario, la sola dichiarazione fatta dal figlio di Reza Pahlevi, capo delle famiglia reale spodestata, ha provocato reazioni indignate tra i suoi connazionali che ricordano come l’avidità del padre e la sua disinvolta pratica di governo, sostenuta dalla Savak, la feroce polizia segreta i cui metodi non erano molto dissimili da quelli dei pasdaran e dei basiji, crearono le premesse per l’instaurazione del regime dei mullah.
Forse il disincanto degli iraniani della diaspora nasce dal fatto che non si fidano di nessuno e, prima di assumere qualche iniziativa, vogliono vederci chiaro, intendono capire che piega prenderà la rivolta, se diventerà o meno una vera e propria rivoluzione, insomma. Stanno alla finestra, per ora. E fa un certo effetto vedere celebrità mondiali come il tennista irano-americano Andre Agassi non esporsi; la stella della Cnn, Chistianne Amanpour o l’autrice del best seller Leggere Lolita a Teheran, Azar Nafisi mostrare un certo distacco. Almeno all’apparenza.
Tutto si può capire, ma fino ad un certo punto.
Di difficile comprensione, per esempio, risulta l’atteggiamento dell’Europa davanti agli avvenimenti iraniani. Mentre nelle città esplode la violenza, la metà del Majilis si rifiuta di festeggiare la “vittoria” di Ahmadinejad, la capitale mantiene il lutto per l’atroce assassinio di Neda, settanta universitari vengono arrestati con l’accusa di riunirsi con Moussavi, il Grande Ayatollah Alì Hussein Montazeri dall’esilio di Qom incita i suoi connazionali a proseguire la lotta, l’Europa sostanzialmente tace, imbambolata e frastornata, di fronte agli eventi che diventano di giorno in giorno più tragici.
Non che gli Stati nazionali non si siano fatti sentire: chi più, chi meno tutti hanno detto la loro. Ma l’Unione europea come entità sovranazionale, quale potenza economico-finanziaria con ambizioni politiche, anche in questa occasione non è stata capace di parlare con una sola voce, di mostrare la forza, di condizionare in qualche modo il regime dei mullah. Per dirne una: non ha preso nessun contatto (ma chi avrebbe dovuto e potuto farlo, Barroso, la Ferrero-Waldner, Solana, Poettering in quanto presidente uscente del Parlamento europeo?) con Khatami, Rafsanjani o lo stesso Montazeri, magari informale e discreto; non ha allertato tutte le sue ambasciate a Teheran per far sentire a Khamenei quanto gli europei siano indignati e mal disposti verso i metodi brutali dei suoi burattini laici e religiosi; non ha preso contatti né con gli Stati Uniti, né con la Russia e tantomeno con i paesi arabi moderati per studiare un piano comune.
Semplicemente l’Europa ha dimostrato ancora una volta di non esistere.
Non ci si venga a dire che l’Unione non ha i mezzi per intervenire. E’ una balla.
Se si considera che rispettivamente la Germania e l’Italia sono i primi due partner commerciali dell’Iran, si capisce come di fronte ad interessi economici e strategico-finanziari il governo iraniano non può non tenere conto dell’opinione europea. Se l’Unione riuscisse ad esprimere una corale condanna, con conseguenze tangibili, forse anche l’arrogante Ahmadinejad riuscirebbe a capire che i misfatti di cui si è macchiano non resterebbero senza conseguenze.
Cosa può realisticamente fare, dunque, l’Europa per l’Iran?
Potrebbe isolarlo, sospendendo tutte le relazioni diplomatiche e commerciali, ma questa strada è la più impervia non soltanto per i problemi legati alle indispensabili forniture di greggio, ma anche per il fatto che a subirne le conseguenze sarebbe la popolazione, costretta a subire le conseguenze dell’aggravarsi della sua già notevole povertà. Il regime avrebbe buon gioco per lanciare una sorta di jihad contro l’Europa additandola quale nemica del popolo e ricompattandolo in nome del superiore interesse alla sopravvivenza. Sarebbe un errore.
Al contrario, l’Unione potrebbe spingere, con l’accordo di tutti, per un processo di pacificazione, sostenuto dai leader ragionevoli, quelli che si oppongono a Khamenei insomma, i quali vedono ormai compromessa la leadership della Guida Suprema. Naturalmente senza l’appoggio esplicito o quanto meno in assenza della neutralità della Russia e dei paesi arabi non è possibile niente del genere. Perciò l’Europa dovrebbe dichiarare, senza equivoci, che la Repubblica islamica non è in discussione, ma che intende difenderne il principio ispiratore che può coniugare la libertà ed i diritti umani con l’abbandono delle velleità atomiche dell’Iran.
E da ultimo l’Europa dovrebbe accentuare l’appoggio alla rivolta, sensibilizzando le sue istituzioni, intervenendo attraverso l’informazione, la cultura, accentuando la vicinanza in tutte le forme possibili al popolo. Insomma, gli iraniani dovrebbero sentirsi un poco europei perché non mollino.
Sarà possibile? Vorremmo rispondere positivamente, ma sappiamo che l’Europa politica è ancora di là da venire. Ma non lasciamo solo comunque l’Iran e soprattutto non riempiamolo di carte, mozioni, interrogazioni, appelli che non servono a niente, se a tutto questo dispiegamento di dichiarazioni retoriche non seguono fatti concreti.
Roxana Saberi, la giovane giornalista iraniano-statunitense, libera da poco più di un mese e che porta su di sé ancora i segni della durissima detenzione, ha dichiarato dagli Stati Uniti, dove è rientrata, che “tutti gli iraniani che entrano in contatto con gli stranieri, soprattutto se occidentali, possono essere accusati di agire contro la sicurezza nazionale”. Ecco: di questo i governi europei rendano testimonianza tangibile, raccontino le storie, attraverso i loro diplomatici, intervengano con clamore al fianco di chi viene imprigionato o minacciato.
E rischino pure gli strali di un folle che si è fatto fare presidente. Il mondo libero proprio perché tale è più forte: e sa che se mette il naso negli affari di un regime corrotto e sanguinario prima o poi contribuirà a spegnerlo.
