LA SPEZIA – Un colpo di pistola, secondo gli accertamenti accidentale, e un ragazzino albanese di 13 anni finisce con un proiettile in corpo a casa di una vicina. I medici, dopo un intervento di due ore, si riservano la prognosi, le condizioni del ragazzo sono critiche, ma sostanzialmente non e' in pericolo di vita: il proiettile dalla mandibola ha raggiunto il torace e si e' fermato in un polmone. Forse piu' che un colpo di fortuna in una vicenda che appare come una disgrazia ma sulla quale occorre ancora chiarire molti punti. La vittima e' l'ultimogenito di tre figli nati in Albania da una coppia di lavoratori "perbene e gentili" giunti in Italia nel 1998. Il ragazzino, pur di "smanettare" al computer e navigare in internet, usciva ogni giorno dal suo appartamento, attraversava il pianerottolo ed entrava a casa di Barbara, ex guardia giurata di 39 anni, disoccupata, che vive da sola. Mentre l'adolescente naviga nel web, la donna in cucina gli prepara una merenda ma quando lo raggiunge per porgergliela – e' la ricostruzione della polizia – ha con se' anche la pistola, la canna casualmente puntata sul volto del piccolo. Parte un colpo, accidentale, che raggiunge il giovane alla mandibola. "Era una maschera di sangue" raccontano i vicini del piccolo portato via in barella, aggiungendo esclamazioni di stupore sulla tragedia e sperticandosi in lodi per la famiglia come per la donna. "Chi ha sparato deve pagare" dicono invece in un italiano zoppicante i due fratelli del ragazzino mentre, attorniati da parenti e amici, attendono che termini l'operazione. Piu' pacato il padre, venti anni militare in Albania: "Mi hanno insegnato che la prima regola con le armi e' usare tutti i criteri di sicurezza". La madre piange e non parla. Barbara e' in questura a spiegare una incomprensibile vicenda, per il momento nei suoi confronti non e' stato disposto alcun provvedimento.