ROMA – ''Mi sono fatta un'idea che ad ogni udienza si rafforza: Mauro e' stato ucciso per logiche che non appartengono soltanto al passato, ma sono vive ancora oggi''. Cosi' in un'intervista a Repubblica Chicca Roveri, compagna di Mauro Rostagno, giornalista ucciso nell'88. ''Gli appunti svelano quali erano le complicita' tra Stato e Mafia che Mauro aveva intuito e intendeva raccontare nelle sue trasmissioni. Qualche mese prima di essere ucciso – prosegue -, Mauro incontro', era il luglio del 1988, Paolo Borsellino e il giudice raffreddo' molto il suo entusiasmo. Borsellino gli disse che era in corso una 'normalizzazione', al contrario, e le inchieste stavano rallentando. Fece anche i nomi dei responsabili di quell'insabbiamento. Gli fece il nome di un giudice dell'ufficio istruzione, di un dirigente della polizia giudiziaria. E' un fatto che Mauro, dopo quell'incontro, annota dei nomi e alcuni nessi con l'omicidio del sostituto procuratore Gian Giacomo Ciaccio Montalto e il potere della famiglia dei Minore''. Roveri sottolinea di non ''capire'' ''il silenzio'' che a suo avviso ancora ''circonda il processo per la morte di Mauro''. ''Non ci vuole molto per comprendere – spiega – che l'ostinazione a negare la mano mafiosa nell'assassinio di Mauro vuole nascondere responsabilita' che sono ancora oggi vive. Quell'abbozzo di racconto giornalistico che si fa di questo processo e' strabico. Da un lato, non 'vede' la mafia e non ne parla; dall'altro, con testardaggine vuole tornare indietro a moventi che gia' sono stati liquidati dal lavoro dei pubblici ministeri di Palermo e nonostante i mille depistaggi''.
