Non è vero che i giornalisti commettono sempre i soliti errori. Asra Q.Nomani scrive ad esempio che i media americani hanno imparato a trattare i sequestri dei loro colleghi in zone di guerra in modo più maturo rispetto al passato. È stata la tragica morte di Daniel Pearl a impartire la lezione. L’inviato del Wall Street Journal fu catturato a Karachi, in Pakistan, da un gruppo di miliziani nel 2002.
Dopo un primo momento in cui le trattative sembravano portare a un esito positivo della vicenda, i talebani si irrigidirono nelle loro posizioni. La prigionia di Pearl era diventata l’argomento di apertura di qualsiasi giornale o trasmissione televisiva Usa. E i carcerieri capirono in questo modo che potevano tirare la corda ulteriormente per attirare l’attenzione su di loro. Fino all’estrema decisione di giustiziare il reporter.
La Nomani era in Pakistan insieme alla moglie di Pearl, Mariane, quando fu resa nota la notizia della morte del giornalista. E ricorda benissimo come anche gli specialisti dell’Fbi temevano che la troppa pubblicità potesse nuocere al buon esito del sequestro. Tutto diverso ora per David Rohde del New York Times, che dopo mesi di prigionia è riuscito a scappare dal covo tra Afghanistan e Pakistan dove i talebani lo tenevano segregato. Il suo stesso giornale aveva richiesto il silenzio stampa sulla vicenda, in modo tale da permettere ai negoziatori di agire senza i riflettori accesi. Visto la scarsa attenzione mediatica riservata in America alla propria azione, sono stati gli stessi sequestratori ad abbassare evidentemente la guardia, se Rohde è riuscito a fuggire da solo.
*Scuola di Giornalismo Luiss