di Archangel
Ci rendiamo tutti perfettamente conto che dopo gli attentati alle Torri Gemelle gli Stati Uniti sono un Paese in guerra permanente contro il terrorismo. Quel tremendo colpo inferto al cuore dell’America ha creato una psicosi che solo chi ha vissuto il trauma in prima persona a New York puo’ comprendere. Gli autori di quell’orrendo massacro, Osama Bin Laden, la sua Al Qaeda e i suoi segucaci, sono pronti a colpire ancora e dicono che la guerra contro ”Il Grande Satana” continuera’ fino alla sua distruzione. Non si puo’ certo abbassare la guardia. Che gli Stati Uniti abbiamo stretto le maglie dei loro servizi di immigrazione e’ una reazione naturale e comprensibile, che ha pero’ un rovescio della medaglia. Recarsi oggi negli Usa per vacanze o per affari e’ diventato, semplicemente, rischioso. Se il viaggiatore possa varcare o no le forche caudine dell’Immigration e’ affidato al giudizio degli addetti agli sportelli di ingresso, i quali per qualsiasi motivo, fondato o non fondato, possono rispedire a casa il poveretto col primo volo o, quando le cose si mettono male, in prigione senza che siano formulate accuse precise. Il New York Times si e’ occupato gia’ due volte di quanto sta accadendo ai varchi di frontiera Usa, e il tono e’ piuttosto allarmato. L’ultima disavventura e’ capitata al 35enne romano Domenico Salerno, appena laureato in legge nella capitale: arriva negli Stati Uniti per andare a trovare la fidanzata americana, viene fermato al controllo passaporti e messo in cella per dieci giorni senza accuse e possibilità di difendersi. Dieci giorni durante i quali la sua ragazza, i genitori di lei e amici di famiglia altolocati hanno tentato il possibile per farlo liberare senza successo. Salerno era arrivato da Roma a Washington il 29 aprile. All’aeroporto Dulles International ha mostrato il passaporto al posto di dogana, nonostante avesse il passaporto in ordine, si è rifiutato di farlo entrare negli Stati Uniti. Dopo ore di interrogatorio, anziché rimpatriarlo, consentendogli di prendere il primo aereo per l’Italia, o ammetterlo nel Paese, le autorità statunitensi hanno deciso di trattenerlo. Motivo: secondo gli agenti dell’immigrazione il giovane aveva espresso timori a rientrare in Italia e aveva manifestato intenzione di chiedere asilo. Una versione smentita da Salerno. Caitlin Cooper, la fidanzata che aspettava Salerno allo scalo di Washington, ha successivamente appreso che Domenico era stato portato in manette in una prigione della Virginia dove è rimasto per 10 giorni senza possibilità di parlare con l’esterno, incommunicado. A niente sono serviti interventi di personaggi influenti, come quello di John Warner, senatore della Virginia, e di due ex funzionari del servizio immigrazione reclutati dalla famiglia Cooper, per liberarlo. «Apparentemente era nato il timore che avesse intenzione di lavorare negli Usa», riporta il New York Times, precisando che il giovane italiano dà una mano nello studio legale del fratello a Roma e che negli ultimi tempi è entrato più volte negli Stati Uniti. Domenico è rimasto in un capannone della Pamunkey Regional Jail di Hanover in Virginia con altri 75 uomini nelle sue condizioni fino a quando giovedì scorso un reporter del New York Times investito del caso ha contattato le autorità . Meno di 24 ore dopo l’immigration e’ intervenuta e ha trasferito Salerno al Dulles, dove si è imbarcato per Roma ancora scosso per l’accaduto: «In America c’e tanta brava gente che non merita di mostrare questa brutta faccia al mondo», è stato il commento dell’italiano una volta rientrato in patria. La fidanzata, dal canto suo, ha detto che si trasferira’ in Italia. L’odissea di Salerno era stata preceduta il 1 dicembre scorso da un’altra brutta pagina dell’accoglienza americana. Una mamma e la sua bimba 14nne, anch’esse romane, erano giunte all’aeroporto di Newwark per trascorrere una settimana di vacanza a casa di amici a Manhattan. Le autorita’ immigratorie, ha raccontato la signora, che lavora in un grande gruppo editoriale italiano, si sono comportate in maniera incredibile. ”Poliziotti ci hanno prelevate sotto l’aereo, trasferite nei loro uffici e’ li’ e’ cominciato un incubo durato quattro ore. Senza poter telefonare a nessuno perche’ mi e’ stato vietato, mi hanno sottoposto ad una estenuante serie di interrogatori come se fossi un’ affiliata di Bin Laden. Interrogatori ripetitivi fatti sempre da persone diverse, mentre mia figlia era terrorizzata, e ogni volta che chiedevo che cosa stava succedendo o di cosa fossi accusata mi veniva risposto che non potevano dirmelo. Una situazione kafkiana dove l’improbo e’ accusato ma non gli si dice di cosa. Sono una donna incensurata, ho spesso visitato gli Usa, l’ultima volta nell’ottobre scorso, senza problemi,ho un regolare lavoro a Roma e non ho mai violato alcuna legge. Ad un certo punto degli interrogatori e’ apparso chiaro che io e mia figlia saremmo state messe sul primo aereo per il rimpatrio, con la minaccia che se l’avessimo perso saremmo state ammanettate e chiuse in prigione. Il tutto senza mai spiegare il perche’ di tanta brutale severita’. Alla fine dell’incubo, mentre la bimba era sotto shock per quello che i poliziotti stavano facendo a sua madre, entrambe sono state fatte imbarcare su un aereo per l’Italia ”Nessuna spiegazione. Trattata come sospetta terrorista o spacciatrice di droga. E’ stata un’esperienza allucinante”, ha raccontato la signora. Ma non e’ finita: a quasi cinque mesi dalla data dell’incidente, la signora e’ tuttora in attesa di chiarimenti, nonostante le ripetute sollecitazioni presso l’ambasciata Usa a Roma. L’ultima volta le e’ stato lapidariamente risposto: ”il suo caso e’ tuttora all’attenzione del Dipartimento di Stato”. Il Dipartimento di Stato? Il Dipartimento di Stato significa l’Fbi, e verrebbe da pensare che tale possente organizzazione anti-crimine abbia cose piu’ urgenti da fare che non prendersela con una mamma e la sua bimba di 14 anni. Eppure non e’ cosi’: Angelica De Cima, una portavoce della Customs and Border Protection, ha dichiarato che negli ultimi 7 mesi 3,300 viaggiatori che potevano entrare negli Usa senza visto (categoria che include anche gli italiani) sono stati respinti. Il problema, sembra indicare la De Cima, sono gli agenti dell’immigrazione, quelli, per intenderci, che nei loro loculi controllano i passaporti. Non funzionari, ma semplici agenti che dispongono di 60 ragioni per cui non far entrare il viaggiatore. Vale a dire, per esempio, che se un agente sospetta, dico sospetta, che il viaggiatore intende fermarsi negli Usa piu’ del previsto, o che sospetta che il malcapitato cerchi lavoro negli Usa, il rimpatrio e’ a sua totale discrezione. Naturalmente, alla luce di questi fatti, il turismo negli Stati Uniti e’ notevolmente diminuito. Ed il turismo e’ un cespite importante anche per la Grande America. Se rischia di essere rispedita a casa o di finire in manette la gente non va a New York ma, che so, a Parigi, Buenos Aires, Mongolia Esterna. La situazione dei difficili ingressi in America ha ora attirato l’attenzione dei media, con il testa il New York Times, che se se n’e’ occupato vuol dire che giudica la situazione preoccupante. E il New York Times e’ ogni mattina sul tavolo di tutta la gente che conta in America, a cominciare dal Presidente. Un’ultima annotazione: il giovane Salerno ha passato l’anima dei guai, ma la diplomazia italiana non e’ ancora intervenuta presso alcuna autorita’ americana per chiedere spiegazioni sull’accaduto.
