Che senza atomo non si possa prescindere dal carbone lo conferma proprio la Merkel: “Se vogliamo uscire dal nucleare e puntare sulle rinnovabili nella fase di transizione dovremo servirci per forza del carbone. E si tratterà di uno sforzo degno di Ercole”.
Difficile, guardando le cifre, darle torto. Le analisi degli esperti citate dal Wall Street Journal sostengono infatti che da qui al 2020 la Germania sarà in grado di raddoppiare l’apporto delle energie rinnovabili, dall’attuale 17 a circa il 35% del totale. Un risultato imponente ma non sufficiente a colmare il vuoto energetico prodotto dallo spegnimento dei reattori. Significa che la Germania dovrà colmare il gap un po’ costruendo impianti per i combustibili fossili un po’ comprando energia all’estero. Con una prima conseguenza poco gradevole ma molto prevedibile: l’aumento dei prezzi delle materie prime e quindi dell’energia.
“La Germania non è un’isola – sintetizza Varro – è il cuore del sistema energetico europeo ed è fisicamente interconnessa con gli altri Paesi”. Se i tedeschi dovessero rimanere “a corto” di energia, quindi, è impossibile non immaginare ricadute su buona parte degli stati dell’Unione.
Un ultimo dettaglio: i tedeschi sono tra i cittadini europei che pagano il conto energetico più alto. “Colpa” proprio dei massicci incentivi e investimenti fatti in materia di rinnovabili, solare su tutti. I risultati sono indiscutibili: in soli 10 anni, dal 2o00 al 2010, l’apporto delle rinnovabili è passato dal 6 al 17% del totale. Eppure un piccolo dilemma resta e lo sintetizza, sempre sul Wall Street Journal, l’analista londinese Peter Atherton: “Le turbine girano sempre, vento e sole fluttuano”. Uscire dal nucleare, insomma, non sarà così facile.
