ROMA – L’Aids si cura meglio in Africa che in Europa. Qui, soprattutto nell’est di Russia, Ucraina e Bielorussi, il numero di persone sieropositive è triplicato dal 2000 a oggi, arrivando a un milione e mezzo. Anche la mortalità è un aumento.
La colpa, hanno sottolineato alla conferenza internazionale “Hiv in Europe” di Copenhagehen, è delle poche possibilità di accesso alle terapie e alla prevenzione, ai pregiudizi sociali e all’assenza di politiche sanitarie adeguate.
Il Corriere della Sera, che ne dà notizia, riporta le parole di Jens Lundgren, co-fondatore dell’iniziativa: “L’anno scorso lo studio EuroSida ha mostrato che, nei Paesi dell’Europa dell’Est, il 30 per cento delle persone sieropositive per l’Hiv e con un’infezione da bacillo della tubercolosi, muore entro 12 mesi dalla diagnosi e la causa è, nella maggior parte dei casi, proprio questa seconda malattia. Non solo: il dato è probabilmente sottostimato”.
In Italia, poi, oggi un terzo delle persone infette dal virus dell’Aids non sanno di esserlo. Per questo, sottolinea il Corriere. Il passo importante fatto però dal nostro Paese è quello di aver promosso il test sulla popolazione, e aver approvato il Documento di consenso che sostiene la necessità di eseguire il test, proponendo le modalità di erogazione dell’esame e individuando i destinatari sensibili ai quali rivolgere l’offerta.
L’unica pecca, sottolinea Rosaria Iardino, presidente onorario del Network persone sieropositive (Nps), è quella di non permettere ai minorenni, in particolare ai ragazzi tra i 16 e i 18 anni, di accedere al test senza il consenso dei genitori, mentre prima il consenso era necessario solo per i ragazzi sotto i 16 anni.