In sintesi: la discussione Baricco-Scalfari non riguarda la rete nĂ© la cultura internettiana. E’ un dibattito interno al mondo intellettuale tradizionale. Ma puĂ² dirci qualcosa dell’evoluzione del senso nel contesto al quale internet partecipa. Vediamo che cosa è successo, imho.
Eugenio Scalfari, sulla Repubblica di oggi, ha commentato il pezzo di Alessandro Baricco, uscito il 26 agosto su Wired e Repubblica. (Se ne parlava anche qui). Ha negato, Scalfari, che Baricco possa autoproclamarsi “barbaro” e che peraltro la “superficialitĂ ” della quale Baricco parla in opposizione alla “profonditĂ ” sia barbarica. Scalfari suggerisce che in realtĂ la nostra non sia l’epoca dei barbari ma degli imbarbariti. E che il futuro barbarico, costruttivo, non sia ancora arrivato, nĂ© che sia possibile il suo arrivo in pochi decenni.
E’ un dibattito divertente. Anche se del tutto spiazzato. In realtĂ , Baricco non aveva scritto di essere un barbaro. Anzi, per la veritĂ , in una edizione delle VeniceSessions aveva forse alluso alla possibilitĂ di essere uno dei custodi della memoria sedimentata nella nostra civiltĂ . Comunque, in sostanza, questo non è troppo in contrasto con quanto scriveva il fondatore di Repubblica: Baricco puĂ² essere piĂ¹ simile a Scalfari che a un barbaro.
Scalfari poi introduce il tema degli imbarbariti. E parte per la sua tangente. Nella quale tutti leggono la sua critica all’attuale classe politica italiana. Avesse parlato di “decadenza” avrebbe chiuso il cerchio con la sua metafora. E’ la civiltĂ decadente che apre le porte ai barbari ma certamente non coincide con i barbari. E aggiunge Scalfari tra il decadimento di una civiltĂ e l’avvento di una nuova civiltĂ barbarica passa piĂ¹ tempo di quanto non pensi Baricco.
La ricostruzione del senso, del quale avvertiamo la crisi, è perĂ² un tema urgente. Per questo parliamo di queste questioni.
E dunque. I barbari vengono da un altro pianeta intellettuale. Scalfari e Baricco sono di questo pianeta. Anche se come tutti i sinceri intellettuali cercano di capire che cosa sta succedendo. Il problema è che le categorie del senso delle quali sono portatori sono tradizionali: sopra, sotto, profonditĂ , superficialitĂ . C’era una volta il senso che ci sovrasta come un dio. Oppure c’era una volta la veritĂ che sta sotto l’apparenza. E c’era una volta il bisogno di superare ciĂ² che si vede stando in superfice. Sopra e sotto. Gerarchia.
Nel pianeta della rete non c’è un granchĂ© di alto e basso. C’è collegamento. complessitĂ , regolaritĂ emergenti, narrazioni che connettono i punti…
Non sappiamo dire se il senso emergente con queste narrazioni sia alto o basso perchĂ© non è in un contesto gerarchico. Sappiamo che viviamo quel senso quando interpretiamo il nostro gioco di nodi e collegamenti. Sappiamo leggere i collegamenti come elementi di narrazioni e interpretazioni. Navighiamo nella rete e cerchiamo di tracciare una rotta. Imparando dagli errori. E costruendo visioni. Per verificarle con l’azione.
ps. Mi hanno chiamato da Wired.it per un commento. Attualmente il sito non è raggiungibile. Ma sarà bene riprovare per leggere quello che il magazine ha scritto.
pps. Ora è online. Grazie all’autrice di quel pezzo. Anche se a leggere quello che ha scritto, temo di poter dire che probabilmente non mi ero spiegato bene…
