Cercando nell’archivio fotografico di Google, da oggi la Repubblica Popolare può trovare ciò che forse neanche immaginava. E si tratta di migliaia di immagini che potenzialmente portano agli occhi dei cinesi la storia e la contemporaneità sconosciuta del loro paese e del pianeta.
Da oggi i cinesi potranno vedere le immagini di piazza Tien An Men nel 1989, teatro dela sanguinosa repressione di ragazzi come loro sono oggi, sotto Deng Xiao Ping che la giustificava in nome del progresso economico. Vedranno l’uomo solo, senza nome, in piedi immobile pararsi davanti al percorso dei carri armati in movimento. Vedranno tutto quello che finora forse gli è stato raccontato e che forse hanno immaginato come fosse una leggenda del loro paese, da oggi un po’ meno sconosciuto.
Potrà vedere il volto del Dalai Lama, le immagini del Tibet e delle repressioni da parte cinese degli attivisti. Soprattutto, gli internauti cinesi potranno guardare le migliaia di esecuzioni capitali documentate da Amnesty e da fotografi temerari e non autorizzati. E tutte le altre immagini, dalla Cina e dal mondo, di cui il Pechino ha finora mostrato solo quanto e come ha voluto.
“Censurare”. Questo il diktat che il governo cinese aveva imposto, in un accordo del 2006, al colosso americano Google, versione in mandarino quindi con il suffisso “.cn”. Tutto ciò che era “sconveniente per la Repubblica popolare cinese” doveva essere, quindi, oscurato grazie all’installazione di software che automaticamente evitavano l’accesso a siti o a termini che sono tabù per la propaganda di regime.
Da ieri sera invece a migliaia di persone verrà restituita la libertà non solo di cercare anche siti che difendono i diritti del Tibet e dello Xinjiang, senza vedere apparire il nulla con la scritta a fondo pagina “in osservanza delle leggi locali, alcuni risultati non sono visualizzati”, ma soprattutto di conoscere.
Via quindi a quei filtri che proprio in passato erano stati oggetto di polemiche negli Stati Uniti: secondo le ong che difendono i diritti umani infatti Google avrebbe praticato un “collaborazionismo” con la censura di regime, pur di avere accesso al mercato online più grande del mondo (così come Yahoo che arrivò a macchiarsi di delazione consegnando alla polizia cinese le email personali di un dissidente).
Il divorzio tra il colosso di Internet e il regime di Pechino è stato deciso dopo i continui attacchi da parte della pirateria cinese, che si sospetta siano al servizio della censura di Stato. Le continue violazioni da parte di hacker informatici delle e-mail di alcuni attivisti per i diritti umani, oltre che di grandi imprese occidentali, è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso e ha portato all’annuncio di ieri.
Insomma, Google per aprire il suo mercato a Pechino, pena l’oscuramento da parte del regime, ha dovuto “autopurgarsi”. Ma questo non bastava. All’auto censura si è aggiunta la censura di Stato sotto le mentite spoglie della pirateria informatica.
Il gruppo di Mountain View non ha dubbi e accusa quindi esplicitamente il governo cinese di essere il regista di questa violazione e per questo ha deciso che non filtrerà più le informazioni sul suo sito cinese.
Il risultato, con ogni probabilità , sarà quello che il governo cinese bloccherà l’accesso a Google fino ad oscurarlo definitivamente. Ma un contratto di 300 milioni di utenti internet (il pubblico online cinese ha ormai superato quello degli Stati Uniti), ad oggi, per il motore di ricerca più usato al mondo, è un prezzo troppo pesante da pagare. Sull’ago della bilancia il prezzo d’immagine verso l’opinione pubblica americana è ancora più pesante. Soprattutto poi se il motto dei fondatori dell’azienda di Mountain Valley è “don’t be evil”, non essere malvagi.
DIRITTI WEB
Google sotto attacco in Cina
basta censura, ma rischia stop
Dopo i raid di pirati informatici che volevano accedere a caselle di posta di militanti cinesi per i diritti civili, Mountain View ha deciso di non compiacere più Pechino: lascerà liberi i risultati sul suo sitodal nostro corrispondente FEDERICO RAMPINI
Gli attacchi più gravi, che hanno portato all’annuncio di ieri, hanno violato le e-mail di alcuni attivisti per i diritti umani, oltre che di grandi imprese occidentali. In un blog del gruppo, i dirigenti di Google ieri sera hanno rivelato di avere “scoperto un attacco mirato ed altamente sofisticato contro la nostra infrastruttura, originato dalla Cina”. Ulteriori indagini interne hanno confermato che il bersaglio principale sono stati “gli account G-mail di diversi militanti per i diritti civili”.
Google non ha esplicitamente accusato il governo cinese di essere il regista di questa violazione. Tuttavia la reazione del gruppo californiano non lascia dubbi. Infatti come risposta a questa offensiva senza precedenti, Google ha deciso che non filtrerà più le informazioni sul suo sito cinese. Interromperà cioè quella politica di cooperazione con le autorità della Repubblica Popolare che in passato era stata oggetto di polemiche negli Stati Uniti: secondo le ong che difendono i diritti umani infatti Google avrebbe praticato un “collaborazionismo” con la censura di regime, pur di avere accesso al mercato online più grande del mondo (così come Yahoo che arrivò a macchiarsi di delazione consegnando alla polizia cinese le email personali di un dissidente).
L’inizio della collusione con il governo cinese risale al 2006: è in quell’anno che Google inaugurò la versione mandarina del suo motore di ricerca, e quindi un sito che finisce col suffisso “. cn”. Ma ora quel patto col regime è in crisi. Se Google cessa di filtrare il suo motore di ricerca in mandarino, con ogni probabilità il governo cinese ne bloccherà l’accesso e potrebbe oscurarlo definitivamente. In passato Pechino non ha esitato a cancellare la visibilità di Google, o di siti come Wikipedia, se non accettavano di “purgarsi” spontaneamente. Tra le richieste del ministero dell’Informazione cinese, per esempio, c’è la cancellazione dei siti che difendono i diritti del Tibet e dello Xinjiang. Per essere autorizzato a operare sul mercato cinese, Google ha quindi installato dei software che automaticamente evitano l’accesso a siti o a termini che sono tabù per la propaganda di regime. Un prezzo pesante da pagare, in cambio della possibilità di contatto con 300 milioni di utenti Internet: il pubblico online cinese ha ormai superato quello degli Stati Uniti.
Di fronte all’ultima provocazione, Google sembra avere valutato che il prezzo d’immagine da pagare verso l’opinione pubblica americana rischia di essere troppo elevato. Il motto dei fondatori dell’azienda di Mountain Valley, dopotutto, è “don’t be evil”, non essere malvagi.
