Non so quante volte la gente mi ha chiesto se non mi pesasse dover rinunciare a farmi una famiglia o a avere una “normale” relazione di coppia per fare questo mestiere. E il bello è che, devo confessarlo, in qualche momento buio ho anche pensato che potesse avere ragione. Per fortuna il ripensamento non è mai durato più di due minuti! Altrimenti a questo punto starei nei panni della povera Samantha…
Incredibile a dirsi, ma qualche settimana mi ha fa mi ha chiamata per dirmi che per la prima volta in vita sua si era veramente innamorata. E non di qualche “spostato” suo cliente, bensì di un top manager conosciuto a una cena di beneficienza (la ragazza si imbucherebbe ovunque ci sia del buon cibo gratis in cambio di un veloce lavoro di mano). Una persona «rispettabile» (e perché, noi non lo siamo?!), un signore «di una volta» (speravo che intendesse dire “da una botta e via”), un uomo «tutto d’un pezzo» (potete indovinare quale…). Insomma, «un bravo ragazzo» (che “Quei bravi ragazzi” fossero un pugno di delinquenti purtroppo non gliel’ho fatto notare).
Comunque sia, la ragazza si era convinta a mollare tutto per una vita “normale” pur di non lasciarselo sfuggire. Confessargli la propria professione era fuori discussione, diceva, perché lui, così «rispettabile» (ci risiamo), l’avrebbe piantata seduta stante. E poi, secondo lei, si meritava di più. Si meritava la monogamia. Quindi, non bastavano più i due cellulari diversi, il nome d’arte o le foto sul sito con il volto oscurato perché lui non la scoprisse. Non era questione di essere scoperta. Era questione di «cambiare vita». Ero allibita, ma in fondo è pur sempre una mia amica, quindi le ho fatto i migliori auguri e ho sperato che tutto andasse per il meglio.
Inutile aggiungere che non è stato così. Samantha aveva deciso che il suo ultimo giorno di lavoro sarebbe stato il 22 febbraio: vigilia del suo compleanno. Il che era «perfetto», visto che il 23 avrebbe compiuto 30 anni («è un segno, capisci?») e che lui proprio quel giorno sarebbe tornato da un meeting a New York per portarla fuori a cena. «E poi mi servono contanti per l’ultima rata della macchina» aveva tagliato corto, piena di sensi di colpa (gli ormoni danno al cervello, come avrete capito). Con il «bravo ragazzo» oltreoceano si sentiva le spalle coperte, quindi quando un uomo la chiamò con l’anonimo e le diede l’indirizzo di un hotel per il 22 sera, fece un bel respiro e si preparò a un’epica uscita di scena.
Non vi dico la delusione quando ad aprirle la porta fu proprio l’epico stronzo, che probabilmente aveva incastrato la scopatella (ehm… volevo dire scappatella) tra un “rispettabile” meeting e una romantica cena “di una volta”. Quindi sapete cosa vi dico? Che le “normali” relazioni di coppia non fanno per me… come disse una grande maestra: «Preferisco fottere che essere fottuta».