Negli ultimi giorni mi sono capitati per strada due fatti o misfatti che mi hanno lasciato interdetto: ne scrivo qui, per sapere in qualche modo che effetto vi fa. Sono fatti di strada, storie e anti-storie di vita. E’ successo anche a voi? Come reagireste ? Che ne pensate? Non ve ne può fregare di meno? Vediamo.
In pieno giorno, a Roma, in uno stradone una volta di periferia e ormai aorta di un quartiere più popoloso di Livorno, sono fermo a un semaforo gremito. Sul lato sinistro invece che il solito lavavetri, o venditore di fazzoletti o quant’altro, c’è una ragazza ad occhio di neppure vent’anni, vestita con un giubbotto forse arrangiaticcio ma non peggiore di tanti altri. Capelli castano chiari, qualche passo sul marciapiede che accompagna il viale con poca erba e qualche albero spelacchiato nel mezzo dell’aorta a dividere i due sensi di marcia: col rosso per noi al semaforo si avvicina all’auto più vicina chiedendo l’elemosina ma il segno di rimozione del guidatore è evidente, prosegue macchinalmente lungo lo sportello della seconda e della terza, senza risultati concreti e neppure alcuno scambio verbale. La quarta macchina invece ha al volante un uomo atticciato che (era alla mia altezza, e potevo sentire per questo) con un gesto sprezzante le dice qualcosa come: “Ma non ti conviene prostituirti ? Guadagneresti di più…”. Il gelo almeno da parte mia ma non so se altri abbiano udito, l’impassibilità della muta che ripercorre a ritroso il pezzetto di viale mentre il semaforo è diventato verde, un rumore di fondo che tutto si porta via.
Secondo episodio. Sempre a Roma, ma in un bar accogliente nei pressi di Piazzale Clodio dove c’è il Palazzo di Giustizia e quindi un movimento garantito delle persone più varie. Io sono al banco per un caffè ma al primo tavolo fuori, quindi a tre/quattro metri da me, siedono due persone, forse due avvocati, un uomo e una donna. Si avvicina un altro uomo, di pelle nerissima, ad occhio fino all’altro ieri un ragazzo, con una borsa piccola sotto braccio, e fa per rivolgersi all’uomo seduto con un ineccepibile e ben pronunciato “Scusi…”. L’uomo seduto, distinto, gentile ma fermo, gli fa un gesto come per invitarlo ad allontanarsi. Borbotta forse “non compro niente” oppure è il gesto che traduce queste parole solo pensate. A quel punto l’ex ragazzo nerissimo si ferma, lo guarda e gli fa di nuovo in un italiano certamente migliore di quello che sento spesso in bocca a miei colleghi di lavoro, per dire: ”Guardi che sbaglia, volevo solo chiederle dov’era via…” e fa il nome della via leggendolo da un biglietto che aveva tirato fuori dalla tasca. L’uomo arrossisce, si scusa, dà l’indicazione. L’ex ragazzo nerissimo ed educato come un gentleman ringrazia e si allontana.
L’uomo seduto mormora alla donna “che lezione che ho preso!”, prima che entrambi si alzino e se ne vadano.
Succede a Roma, nel 2010, con o senza riferimenti all’immigrazione, alla prostituzione, all’educazione, a quello che volete voi. Resta in ballo il problema dell’altro, di colui con il quale ci dobbiamo confrontare, senza il quale noi non saremmo noi. Il problema del rispetto che nel primo come nel secondo come credo/temo in ogni circostanza riguarda prima noi, cioè il rispetto che nutriamo per noi stessi, e poi il rispetto per gli altri e degli altri.
La ripida/rapida disumanizzazione che ci riguarda un po’ tutti passa per queste riflessioni, e per certi versi anche per la scomparsa di antichi proverbi saggezza delle genti “come l’abito (in questo caso il colore della pelle) non fa il monaco (il venditore ambulante)…” o assiomi del genere. Viviamo come inscatolati in abitudini che abbiamo contratto spesso involontariamente, per non fermarci neppure un attimo a pensare che nella parte di quella ragazza potrebbe esserci chiunque di noi o addirittura qualunque nostro figlio, e che il gentile nero era ed è probabilmente meglio di una miriade di bianchi cafoni che ci assediano le giornate. Tutto questo guadagna un senso se noi vogliano dargliene uno. Se la prima è una prostituta (una escort ?) mancata e il secondo semplicemente un “equivoco”, di sicuro continueremo per questa china in cui nessuno vuole prendersi la responsabilità di nulla, neppure di se stesso.
da Tiscali notizie, Indietro Savoia
22 ottobre 2010
