«Stiamo per assistere a qualcosa di estremamente duro. Non si tratta solo di televisione e divertimento». Inizia così il documentario shock “Il gioco della morte”, del regista Christopher Nick, dove i concorrenti di un (finto) reality show infliggono torture agli altri giocatori.
In onda mercoledì prossimo sull’emittente pubblica France 2, il film sta sollevando diverse polemiche in Francia e ha aperto il dibattito sui limiti del piccolo schermo. Ecco, in sintesi, il contenuto della trasmissione. Lo scorso aprile, ottanta persone sono state selezionate per partecipare a un nuovo reality, “Zona Estrema”.
Ogni concorrente in studio è in squadra con un altro giocatore, che si trova invece isolato in una sala. A quest’ultimo viene chiesto di memorizzare alcune associazioni di parole, sulle quali gli vengono poi poste delle domande. Se sbaglia, il concorrente in studio lo deve punire, procurandogli scariche elettriche fino a oltre quattrocento volt.
In realtà è tutta una messa in scena. Le scariche elettriche sono finte. Il giocatore che strilla dal dolore è un attore e così anche il pubblico e la presentatrice, che per tutto il tempo incitano i concorrenti alla tortura. Gli ottanta partecipanti ignari si ritrovano così protagonisti involontari di un esperimento shock: solo tre di loro rifiutano di infliggere la pena, gli altri obbediscono senza ribellarsi.
Il film si ispira a un celebre esperimento realizzato nel 1963 dal ricercatore americano Stanley Milgram che, studiando i meccanismi dell’obbedienza, voleva comprendere i segreti dell’adesione dei tedeschi al nazismo. Ma intanto è scoppiato un vero e proprio caso in Francia. Il settimanale Telerama si interroga in copertina: «La tv ha il diritto di uccidere?».
Il mensile Philosophie magazine si chiede a sua volta: «La televisione ci rende cattivi?». Il Journal du Dimanche dedica le sue prime pagine al programma che gioca con la morte. Il celebre filosofo Dominque Wolton, al quale il Jdd ha chiesto un parere, si mostra molto critico nei confronti del documentario che, secondo lui, «riprende tutti gli stereotipi negativi sulla televisione».
Quanto ai «pericoli del reality show – continua lo studioso – bisogna relativizzarli: tutti hanno capito i limiti assoluti di queste trasmissioni». Per il regista del documentario, che ha integrato nel suo film gli interventi di sociologi e psicologi, si tratta invece di capire come mai persone “normali” possano obbedire a “ordini tanto disumani e assurdi”, una volta prese dai meccanismi del gioco.
Così ha risposto un ex concorrente, una volta scoperto di esser servito da cavia: «Mi era stato detto che dovevo comportarmi in un certo modo e io l’ho fatto. Immaginavo che l’altro stesse soffrendo, ma alla fine non era un problema mio».