La letterina settimanale sulle questioni di genere
di Marika Borrelli
Pare che il femminismo abbia oltrepassato uno dei suoi obiettivi fondamentali: l’eliminazione della categoria ‘casalinghe’.
Nei Paesi scandinavi ed anche negli States, l’attributo casalinghe genera imbarazzo. Infatti, al giorno d’oggi connota una donna che:
a) non riesce a trovare lavoro (perché spesso è immigrata, ha altri valori che non lavorare fuori casa e non ama imparare la lingua del posto), quindi diventa disfattista e pigra;
b) non vuole lavorare (perchè ha il marito ricco), quindi è ancora più grave, perché pigra per scelta.
In ogni caso, grava sul reddito familiare e non alza il PIL. Essere casalinghe in Scandinavia ed in USA, dunque, è diventato socialmente inaccettabile, al pari del fumare, e risolvere il conflitto di genere farebbe aumentare il PIL del 9% (fonte: World Economic Forum).
Comunque, la notizia è che le casalinghe sono in estinzione. Le vecchie associazioni di ‘categoria’ hanno dovuto modificare il nome ed escludere la parola dalle sigle. È come se la nostra Federcasalinghe si trasformasse in Federdonne di Famiglia, più o meno.
Fuori ironia, la scomparsa delle casalinghe significa innanzitutto che in quei Paesi hanno adottato strategie di sostegno alla maternità (nidi statali, nidi aziendali, congedi di paternità obbligatori, incentivazioni per le aziende), consentendo alle donne di trovarsi e/o mantenersi un’occupazione senza temere di perdere il posto di lavoro. Tutto ciò configura una serie di nuove lotte per i diritti (sui quali si giocheranno le sfide politiche nel millennio) e amplia i concetti di civiltà e di libertà.
Be’, lette in Italia, queste notizie (fonte NYT) suonano paradossali. Le nostre cronache, quando riescono – scandali politici permettendo – ci aggiornano sulle statistiche della disoccupazione femminile ed ancor più sulla gravissima disoccupazione femminile giovanile (spesso ad altissima scolarità, che altrove è un vantaggio, da noi è fonte di frustrazioni). E sorvoliamo sulla tragedia della disoccupazione meridionale.
Non dimentichiamo neanche la piaga nazionale delle dimissioni in bianco. Fatte firmare dai datori di lavoro e presentate non appena si viene a sapere di una gravidanza.
Da noi le donne sono condannate a rimanere casalinghe, anzi, a leggere alcuni soloni “è la loro condizione naturale”, perché almeno così non avrebbero da lamentarsi del “doppio lavoro” (in casa e fuori, cioè). Non è che, invece, le donne italiane sono le vittime (come i giovani di oggi) di un’economia nazionale disastrata e disastrosa e di un mercato del lavoro surreale, nonché di un’antropologia irriducibilmente maschilista?
C’è, però, ancora un atavismo intoccabile relativamente al lavoro famigliare, comune a noi come a quelle avanguardie geografiche ed antropologiche.
Una casalinga, come pure una donna lavoratrice che non può permettersi una colf, non contribuisce all’aumento del PIL, semplicemente perché il lavoro famigliare non è riconosciuto – a prescindere dalla sua irrealizzabile remunerazione! – una donna che lavora e paga qualcuno per aiutarla con i figli ed i lavori domestici, invece, è una benefattrice del PIL nazionale: lo innalza, perché crea un prodotto/attività che ha valore economico. È un po’ come la faccenda dell’allattamento al seno che non innalza il PIL, mentre comprare il latte in formula, sì (sempre fonte NYT).
Ma mi pare che il paragone sia blasfemo e non faccia altro che aumentare la confusione, i sensi di colpa (allattare e pagare una colf? comprare la formula e fare da sola in casa?) e la rabbia delle donne. Specialmente in Italia, anche se nessuno pare volersene accorgere.