MILANO – Il calo c’è, chiaro e innegabile. Calo certificato dai numeri dei sondaggi, come quello di Renato Mannheimer che dà la Lega Nord al 6.6%, in calo di più di un punto percentuale nei pochi giorni successivi allo scandalo che ha portato alle dimissioni di Umberto e Renzo Bossi e alle espulsioni di Rosy Mauro e Francesco Belsito.
ll calo, però, è un fatto. Il crollo è un altro. Dare la Lega per finita, insomma, è quantomeno prematuro. Lo pensa almeno Ilvo Diamanti che su Repubblica osserva l’eccessiva fretta con cui parte della stampa e buona parte della politica si precipitano a dare la Lega per morta.
E in effetti i numeri e i dati politici, per ora, non raccontano la storia di un necrologio. A cominciare da altri sondaggi, quelli Ipsos realizzati per Ballarò. Sondaggi che raccontano di una curva diversa e di una “luce in fondo al tunnel”. Dopo il crollo post scandalo, infatti, secondo l’istituto di Pagnoncelli, la Lega avrebbe già inziato il recupero tornando vicina al risultato delle politiche 2008. Merito, secondo Diamanti, “del rituale di espiazione” consumato a Bergamo e della mossa rimborsi elettorali. La Lega, infatti, è stata l’unico partito a rinunciare alla tranche di luglio: strategia, efficace, di recupero punti.
Ma c’è di più. Diamanti invita a ricordare il fattore locale. Per esempio a Verona dove il sindaco Flavio Tosi, di certo non vicino al “cerchio” bossiano, si presenta con una sua lista autonoma e si avvia a vincere a mani basse. “Se Tosi ri-vincesse in modo largo – si chiede Diamanti – si tratterebbe di una vittoria di Tosi (e del suo amico Maroni) contro Bossi oppure di un successo della Lega contro tutti gli altri partiti”?
Diamanti, quindi, indica cinque ragioni per cui non si può dare ancora la Lega per morta. In primo luogo c’è la classica questione del radicamento sul territorio. Spiega Diamanti: “Riprendo i dati offerti da un’accurata ricerca di Gianluca Passarelli e Dario Tuorto (Lega e Padania, in uscita per “il Mulino”): 1.441 sezioni (995 tra Lombardia e Veneto) e 182mila iscritti. Oltre la metà di essi frequenta esponenti del partito con assiduità, almeno una volta a settimana. Il 40% partecipa regolarmente alle manifestazioni elettorali e alle feste di partito. Sono politicamente informati e coinvolti. La Lega, inoltre, è al governo in centinaia di comuni, 16 province e due regioni. Difficile “scomparire” quando si è così immersi nella società e nel territorio”.
Secondo punto: ha una base di elettori fedeli che l’hanno sempre votata. Base intorno al 4-5% che non ha comunque intenzione di mollare il partito. Terzo punto: la Lega è il principale antagonista politico del governo Monti e come tale può raccogliere scontenti. Quarto punto: l’antipolitica. La Lega la produce e se ne avvantaggia. In un clima di sfiducia nei partiti la Lega ha spazio per crescere.
Quinto e ultimo punto: i voti usciti dalla Lega non si sono spalmati sugli altri partiti. Chi non vota le camicie verdi si astiene o è almeno indeciso. Spazi di recupero, per un partito ferito ma ancora non ucciso, sembrano insomma esserci.