WASHINGTON – La guerra del Congresso americano al web è entrata nel vivo: dopo l’arresto di Kim Schmitz, alias Kim Dotcom o Kimble, e la chiusura del sito di file sharing Megaupload, altri siti simili stanno per cadere nella rete della censura.
Se, dopo la Camera, anche il Senato degli Stati Uniti ha rinviato l’esame delle nuove norme contro il file-sharing, la notizia più brutta per gli internauti viene dall’industria del copyright, che hanno intenzione, anche attraverso il Sopa e il Pip (lo Stop online privacy act e il Protect ip act) di restringere la libertà di azione di siti che ora ci appaiono del tutto legali, come Google, Facebook, Youtube.
Secondo gli esperti della rete, come la commissaria europea per le nuove tecnologie Neelie Kroes, che ritiene che “l’azione unilaterale” delle autorità Usa impatterà immediatamente anche sugli utenti europei.
Gli utenti italiani di Megaupload erano 1,7 milioni, secondo una stima di Fimi (Federazione industria musicale italiana). Più di eMule (990 mila utenti). Ma le alternative sono tante. Come Filesonic, Fileserve, Mediafire, Depositfiles e decine di altri. Megaupload era il più usato tra questi, ma di certo verrà presto sostituito.
Alla chiusura dei siti seguirà l’azione giudiziaria, dall’esito incerto, perché in linea teorica i gestori potrebbero essere assolti e i siti venire riaperti. Al momento nessun sito simile a Megaupload è stato condannato da un giudice: finora ci sono stati solo sequestri preventivi.
Ma dopo la caduta di questi giganti del file sharing potrebbe stravolgere l’intero assunto su cui si basano i contenuti della rete. Se infatti l’argomentazione comune di chi posta qualcosa è di essere semplicemente un intermediario, mentre la responsabilità ricade sull’utente che scarica quel contenuto, adesso tutti i siti come Google, YouTube e Facebook, così come i provider che forniscono l’accesso ad internet, rischiano di vedersi affibbiare continuamente multe salatissime per i contenuti postati dai propri utenti.