Perché mi hanno creduto? Perché mi conoscono. Ho un blog dal quale ho infestato i motori di ricerca italiani con la mia faccia – e me ne scuso. Ho una pagina pubblica Facebook dove alcune migliaia di persone si sono attivate immediatamente – e le ringrazio. Ci sono principi della blogosfera che si spendono per me – e ne sono lusingato. Ma se non fosse capitato a me? Se fosse successo a qualcuno che usa Youtube solo per guardare i video, che va su Facebook solo per condividere le foto della sua famiglia e che, magari, tiene un blog solo per condividere i suoi piccoli preziosi pensieri con poche persone a cui vuole bene?
Mi scrivono in tanti che ormai da tempo hanno perso il controllo dei loro profili. Persone che, nonostante numerose segnalazioni, non sono mai più riuscite a rientrare in possesso del loro canale YouTube, del loro profilo Facebook, dei loro account di posta elettronica. Accettereste, dopo avere depositato i vostri risparmi in banca, di trovare il vostro conto chiuso dalla sera alla mattina, senza uno straccio di impiegato a cui rivolgervi? Immagino di no. E allora perché accettate quasi senza battere ciglio che le vostre chiavi di casa digitali vi vengano tolte, spesso in seguito a decisioni arbitrarie prese da uno staff senza nome che decide – confortato da un contratto che definire vessatorio è fargli un complimento – che avete scritto qualcosa di sbagliato, pensato cose inopportune, chiesto un’amicizia di troppo, pubblicato una foto che avrebbe potuto urtare una comunità di lapponi sperduti in cima a un iceberg e adoratori del Dio Tricheco, sul quale avete espresso considerazioni poco lusinghiere? Se accettiamo tutta la retorica e il marketing del Web 2.0, allora siamo tenuti a considerare le relazioni sociali costruite nel tempo come un patrimonio fondamentale di ogni cittadino digitale del nuovo millennio. I patrimoni si costruiscono a fatica e si affidano con cautela
E’ necessario quindi chiedere che vengano implementati meccanismi standard, possibilmente open, di esportazione e back-up di amicizie, iscrizioni, pubblicazioni, commenti, messaggi e quant’altro. Il furto delle nostre credenziali o semplicemente la giornata no di un operatore indiano, investito di superpoteri, non possono demolire al costo di un click il nostro lavoro di anni. Se non c’è la volontà di fare neppure questa misera concessione alle sterminate folle che arricchiscono i vari mr. Zuckerberg della Terra, allora ci si potrà rivolgere a nuovi operatori più lungimiranti, che saranno ben felici di assicurare le poche garanzie richieste.
Oppure aspettiamo Diaspora, che racchiude nel suo stesso nome un’invitante allusione alla migrazione di massa. Sarà un caso?