C’è una notizia dell’agenzia si stampa Reuters da Islamabad di quelle che confortano: donatori internazionali, con gli Stati Uniti in testa, hanno finora versato 500 milioni di dollari al Pakistan in aiuti d’emergenza per far fronte alle devastanti inondazioni che il governo di Islamabad stima abbiano colpito 20 milioni di persone, fra le quali quelle dipendenti dagli aiuti, secondo l’Onu, sono passate da 6 a 8 milioni. Mezzo miliardo di euro può anche costituire una cifra modesta per gli standard di spesa di protezione civile cui ci hanno abituato Bertolaso e Balducci, però se rapportati con i costi correnti in Pakistan, possono significare qualcosa per molte persone.
Superato l’entusiasmo iniziale però poi viene da riflettere. I pochi ricchi e potenti del Pakistan hanno dimostrato, negli anni, una capacità di ladroneria da Guinnes. Erano pakistani fondatore e dirigenti della Bcci, coinvolta in uno scandalo di proporzioni gigantesche negli anni ’80, con strascichi giudiziari continuati ben oltre la chiusura forzata.
Ad ogni cambio di presidente volano le accuse di corruzione. L’attuale presidente in carica, Zardari. è stato otto anni in galera per corruzione, Sua moglie, Benazir Bhutto, santificata nel martirio dall’attentato che arrestò la sua marcia trionfale alla presidenza, passò dieci anni tra Londra e Dubai per sfuggire al carcere sempre per corruzione.
Quel che non è frutto della corruzione viene dalla incapacità, come ben sanno i poveri profughi che ora si vorrebbero aiutare.
L’altro elemento di preoccupazione viene dal fatto che quasi il 60% dei fondi è stato versato alle Nazioni Unite in risposta all’appello d’urgenza dell’Onu a reperire 460 milioni lanciato l’11 agosto, mentre il resto proviene da donazioni dirette di Paesi donatori (come l’Arabia Saudita), Ong e compagnie a Islamabad.
L’Onu è un posto dove la corruzione è di casa e una delle poche cose buone fatte da George Bush, se se ne è accorto, è stato tenere l’organizzazione un po’ sulla corda. Come esempio della poca affidabilità dell’Onu basta ricordare lo scandalo Oil for food, sul quale ha indagato anche la magistratura italiana.