Fassino dice che gli italiani in Afghanistan sono in missione di pace. Forse è per questo che ci sono andati con quattro cacciabombardieri Amx. Se li avessero chiamati caccia-pandorieri, o caccia-caramellieri, utilizzati cioè per seminare canditi a grappolo o per lanciare panettoni intelligenti, allora forse ci avrei creduto. A togliermi ogni illusione ci ha pensato subito La Russa, che in piena sintonia con il (suo) concetto di pace, vuole dotare i nostri caccia-bombardieri di quattro bombe a testa, ognuna con il suo bel carico di 1 tonnellata e mezzo di tritolo.
Ora, il tritolo è un chiaro simbolo di pace. Fin dai tempi antichi, quando si entrava in contatto con nuove popolazioni, si portavano in dono oro, incenso e tritolo. Come non ricordare del resto i riti proto-cristiani, prima che i vangeli di unabomber venissero dichiarati apocrifi, quando subito dopo il padre nostro e prima della comunione i fedeli si stringevano la mano sorridenti, mentre l’officiante declamava “scambiamoci un po’ di tritolo”? Una tradizione mai del tutto abbandonata: chi non è mai andato a cena da amici con un vassoietto di tritolo in mano… Questo è il motivo per cui il 29 Novembre 1986, quando Vittorio Mangano mette un chilo di polvere nera davanti alla cancellata della villa di Berlusconi, quest’ultimo dice a Dell’Utri che si tratta di un gesto rispettoso e affettuoso. E’ nel solco di questa tradizione che oggi La Russa suggerisce alle camere di dimostrare amicizia alle popolazioni afghane, inondandoli di tritolo senza badare a spese.
Ma Fassino va oltre e ci delizia con la sottigliezza dei suoi ragionamenti. Innanzitutto avverte che non è il caso di fare un referendum su questa storia dell’Afghanistan. Con un referendum, dice, si correrebbe il rischio di dividersi tra chi è a sostegno della guerra e chi è contro. Bravo, ora che ha dato la definizione di referendum, forse ci spiegherà anche perché mai non si dovrebbe lasciare ai cittadini la facoltà di decidere se fare una guerra oppure no. Certo, spiega Pierino, perché non è una guerra: è una missione di pace. E daje: il tritolo per Fassino è un bouquet di fiori. La sua logica è semplice: in una guerra si spara per primi, mentre in una missione di pace si spara solo dopo che ti hanno sparato gli altri. Insomma, prima ti fai ammazzare e poi spari. Evidentemente non conosce De Andrè. Poco male: neanche l’amico Faber, quando ha scritto La guerra di Piero, sembra pensasse realmente a lui. Sparagli Piero, sparagli ora, e dopo un colpo sparagli ancora. Invece noi non spariamo, perché veniamo in pace, ma i talebani non lo sanno, e così i morti in Afghanistan sono passati da 1 nel 2004 a 12 nel 2010, e l’anno non è ancora finito.
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A dimostrazione del fatto che è una missione di pace, e dunque non c’è motivo di allarmarsi, Piero Fassino enuncia una prova schiacciante: « Fin qui, dei 34 soldati italiani, nessuno è caduto in azione bellica offensiva ». La morte non è quindi grave di per se stessa, è grave solo se tira le cuoia chi ha cominciato per primo. Quindi, se invece di morire perché ti sparano, muori perché cerchi di sparare tu a qualcuno, allora la questione diventa inaccettabile e quindi tutti a casa. Il paradosso fassiniano insomma, insegnato nei corsi di filosofia e di logica matematica, tutela i colpevoli e si disinteressa degli innocenti: “Se non fai niente di male ti lascio a marcire a migliaia di chilometri da casa (ti condanno). Se invece sei un guerrafondaio, uccidi e magari stupri – come si conviene ad ogni soldato di ogni fottuta guerra che si rispetti –, allora ti riporto subito a casa (ti salvo) perché la situazione è preoccupante”.
Russel a Fassino gli fa un baffo… anzi la barba.

