Ci si dimentica troppo spesso, infatti, che tra tutte le forze politiche presenti oggi in Parlamento la Lega รจ lโunico partito a poter vantare la qualifica di โordine militanteโ. Non giร un โpartito pigliatuttoโ come gli altri, quindi, che in un verso o nellโaltro hanno tutti stemperato la vocazione originaria per inseguire una rappresentanza la piรน ampia possibile di profili sociali e identitร culturali. A differenza del PD o del PDL, ma anche dellโUDC o dellโItalia dei Valori, la Lega non ha mai perso di vista la propria missione storica: conquistare la rappresentanza del Nord per la gente del Nord, attraverso la via politicamente piรน efficace. Qualche giorno fa ce lo ha ricordato Roberto Maroni, che nel partito di Bossi conserva il ruolo di architetto delle strategie. โLa Lega โ ha detto il ministro degli interni โ รจ lโunico partito italiano che si ispira a Lenin: migliaia di persone da motivare, uno che comanda e gli altri che eseguono un progettoโ. ร sembrata la battuta sentimentale dellโex militante di Democrazia Proletaria che Maroni fu in gioventรน, ma era in realtร la rivendicazione della centralitร del โprogettoโ intorno al quale il gruppo dirigente leghista si รจ formato ed รจ cresciuto.
Sul lungo periodo quel progetto rimane non negoziabile, come le convinzioni piรน profonde che sorreggono un qualsiasi gruppo militante, ed รจ su questo che potrebbe infrangersi la stabilitร del governo Berlusconi. Quel progetto e quelle convinzioni possono infatti coesistere con la difficile navigazione dellโesecutivo solo a patto che lโobiettivo del federalismo non sia messo in discussione. Ma la crisi del disegno federalista, almeno in questa legislatura, รจ giร nei fatti anche se non ancora in evidenza nellโagenda politica. Cosรฌ come รจ ben visibile la trasformazione del profilo pubblico di Giulio Tremonti, che da principale garante dellโasse Lega-Berlusconi si รจ trasformato nel candidato numero uno a guidare un โgoverno tecnicoโ che possa far conto anche sul sostegno del Partito democratico.
Non รจ poi da sottovalutare il logoramento che sugli elettori leghisti sta esercitando, ormai quotidianamente, il ritorno della โgrande narrazione del malaffareโ. ร difficile immaginare che un elettorato come quello della Lega, giร di per sรฉ distante da sensibilitร garantiste e che negli anni ha digerito lโalleanza con il Cavaliere consolandosi con la leggenda di una diversitร antropologica dai โberlusconesโ, possa convivere ancora a lungo con i maneggi che ci restituiscono le cronache di questi giorni. Si dirร che tra le sensibilitร degli elettori e le scelte dei gruppi dirigenti corre lโenorme spazio delle interpretazioni, delle scelte tattiche e delle opportunitร . Ma questo รจ solo parzialmente vero nel caso della Lega, che del legame con il territorio continua a fare un punto di forza e che molto piรน di altri partiti vive dei sentimenti e dellelamentele di militanti ed elettori.
Per tutti questi motivi รจ difficile immaginare che la Lega si predisponga ad una navigazione di tipo democristiano in questa seconda parte di legislatura, scegliendo quindi di incassare il poco disponibile e rimandando ad una prossima e lontana puntata la realizzazione dellโobiettivo storico del federalismo. Proprio perchรฉ quellโobiettivo non รจ mai stato tanto vicino come in questi anni, la sua archiviazione di fatto potrebbe indurre il partito di Bossi a giocare la scommessa della vita: decidere autonomamente la fine del governo, purificarsi dalle intossicazioni e tornare al voto per guadagnare il massimo risultato possibile dalla crisi del PdL. Sarebbe un altro modo, e forse il piรน efficace nella stagione politica che sta vivendo lโItalia, per restituire senso alla missione storica dellโโordine militanteโ leghista.
