Forse Massimiliano
Panarari non lo sa, ma quello che ha scritto รจ un libro di sfrenata esaltazione
del berlusconismo. Non giร del berlusconismo politico, quello che ci รจ stato
dato in sorte dallโultimo quindicennio di storia nazionale in varie
incarnazioni: la versione liberista delle origini ormai lontane, quella piรน
ecumenica degli anni del rimbalzo, o quella di puro galleggiamento degli ultimi
tempi. No, il berlusconismo che si celebra (inconsapevolmente?) in queste
pagine รจ quello primigenio. Il brodo primordiale della grande mutazione
italiana poi incarnata dal Berlusconi politico. O, come forse direbbe Nichi
Vendola, il nido nel quale รจ stato covato lโuovo del serpente.
Di cosa
parliamo? Della trasformazione che dagli anni Ottanta ha intrecciato la
politica e la produzione televisiva in forme del tutto nuove. Perchรฉ se nei
decenni precedenti tv e politica si erano naturalmente parlate e reciprocamente
utilizzate, รจ solo dagli anni Ottanta che la politica scopre la scala del tutto
inedita assunta dalla dimensione tele-popolare. Con effetti importanti prima di
tutto sulla politica, come ci hanno raccontato numerosi studi e come tra gli
altri hanno sintetizzato Gianpietro Mazzoleni e Anna Sfardini in un brillante volume
di qualche mese fa: โLa popolarizzazione della cultura mediale riguarda in modo
cospicuo anche i contenuti della comunicazione e dellโinformazione politica,
che diventano, alla pari di altri prodotti, oggetto di largo consumo e come
tali rispondono alla logica delle industrie mediali e della produzione di
cultura popolareโ Con il risultato di produrre una โmediatizzazione della
politica, macrofenomeno che agisce come vero e proprio agente mutogeno per la
politica come รจ vissuta dai suoi attori e come viene rappresentata davanti al
pubblico degli elettori e dei cittadiniโ. (โPolitica pop. Da Porta a Porta a
LโIsola dei Famosiโ, il Mulino 2009, pp.181, โฌ 14,00).
Il
โmacrofenomenoโ descritto da Mazzoleni e Sfardini puรฒ piacere o non piacere, ma
รจ esattamente il mondo nel quale siamo tutti immersi da trentโanni a questa
parte. A Panarari non piace, ma per il momento non รจ questo che interessa. Quel
che invece รจ notevole di questo suo libro (โLโegemonia sottoculturale. LโItalia da Gramsci al gossipโ,
Einaudi 2010, pp.145, โฌ 16,50) รจ il modo con il quale si traccia un filo di
continuitร tutto politico tra la โrivoluzione televisivaโ degli anni Ottanta e le
forme a noi contemporanee di reality, talk show e gossip. Tra quel tempo e il
nostro, spiega Panarari, il โrinnovato immaginario popolareโ รจ stato raccontato
dalla televisione in forme che giร contenevano in sรฉ la grande traccia di un
disegno politico. Ovvero in forme finalmente corrispondenti alla realtร
italiana cosรฌ come essa si rappresenta, e non come dovrebbe diventare secondo
un qualunque progetto pedagogico. Guardando ad esempio a โDrive Inโ, uno dei
programmi-simbolo degli anni Ottanta, Panarari spiega che si trattava di โuna
trasmissione esemplarmente individualistica, tra il piacere solitario di
guardare ragazze maggiorate strette in abitini che scoppiavano e la voglia di
ridere sguaiatamente, senza sentirsi in colpaโ. E dunque โstop a sensi di colpa
superfluiโ, scrive ancora Panarari, โil Super-Ego รจ mio e me lo gestisco io, e
via libera alla visione di qualunque prodotto televisivo mi aggradiโ. Cosรฌ come
qualche anno dopo, passando per โNon รจ la Raiโ e approdando a prodotti dei
nostri giorni come โAmiciโ e le varie isole del โneorealitismoโ, si ha a che
fare con โprogrammi vessillo della neo-Italia coatta (che) pullulano di mugugni,
ahรฒ, grugniti, tutti pronunciati indistintamente in maniera molto assertiva,
quando non addirittura solenne, in barba agli antiquati e pedanti precetti
dellโAccademia della Cruscaโ. Una televisione, in conclusione, che โconferma
pervicacemente e senza sensi di colpa di non intrattenere alcun grado di
parentela, neppure alla lontana, con lโidea sorpassatissima della pedagogia di
massaโ.
Quello che
Panarari racconta รจ un processo di profonda democratizzazione della
comunicazione televisiva italiana, lo stesso al quale Mazzoleni e Sfardini attribuiscono
lโetichetta piรน scientifica di โpopolarizzazione della cultura medialeโ. Un
processo il cui snodo fondamentale รจ la scomparsa della pedagogia, sostituita
da una rappresentazione non piรน colpevolizzante dei desideri degli italiani
cosรฌ come essi sono realmente. Se pensiamo alla politica, ci viene in mente
qualcosa di analogo? Il berlusconismo, naturalmente. Che ha rivoluzionato la
nostra politica, tra lโaltro, attraverso un unico imperativo rivolto agli italiani:
โGuardatevi allo specchio ed esultate. Perchรฉ siete finalmente autorizzati a
piacervi cosรฌ come sieteโ. Piรน di ogni suo altro travestimento ideologico
liberista o arci-italiano, e al netto della vicenda personale del suo leader
carismatico, il berlusconismo รจ stato soprattutto un messaggio di esaltazione
anti-pedadogica della natura degli italiani. Che aveva in sรฉ, al contempo, un
potenziale di emancipazione degli spiriti animali della nazione e uno di
conservazione dei suoi equilibri storici. Un potenziale che รจ rimasto tale, per
lโappunto, senza mai tradursi in unโopera di governo adeguata alle intenzioni
di partenza e senza lasciare alcuna ereditร propriamente politica in grado di
sopravvivere al suo fondatore. Ma che nondimeno ha modificato una volta per
tutte il campo del confronto pubblico, rendendo obsoleta qualunque politica che
insista sui tasti della pedagogia e del โdover essereโ.
Tutto questo
ha avuto la sua premessa nella grande trasformazione populista e democratica
della comunicazione televisiva, che Panarari racconta con acume. Salvo condire la
sua analisi con una sovrabbondanza di giudizi morali che rischiano di
sommergere il lettore, suonando giustapposti
quasi artificialmente ad uno sguardo analitico ben piรน lucido. Tra un โcolpo di
stato plutocratico e neoliberaleโ ordito nel corso degli anni Ottanta (da
chi?), un โepisteme popolare cambiato drammaticamente in peggioโ (signora mia,
che noia queste veline) e lโauspicio che โintellettuali onestiโ si dedichino
finalmente a โinventare architetture simboliche alternative a quelle
vittorioseโ (astenersi perditempo), si largheggia nellโuso di una categoria
come โegemonia culturaleโ che se pure ha avuto larghissima fortuna
giornalistica potrebbe essere serenamente consegnata agli archivi della nostra
memoria. Per concentrarsi con piรน soddisfazione nel racconto dei linguaggi e
dei desideri di unโItalia dove le mitiche โmasseโ non sono piรน, per nostra comune
fortuna, quelle di Antonio Gramsci e del suo tempo.
