Assumo il punto di vista dei terremotati de L’Aquila, oggi in forze (insomma, in molti) davanti a Montecitorio per protestare contro una serie di vergogne. Ma è il punto di vista che mi interessa, per parlare invece di legge-bavaglio e di capolinea epocale. Informare è indispensabile, ma si vorrebbe una legge che ne minasse l’indispensabilità. Una sorta di privatizzazione delle notizie non ancora privatizzate dal potere, in linea per esempio con la privatizzazione dell’acqua.
Ci è stato detto in tutte le salse in questi anni, da Berlusconi in primis ma dall’intiera classe politica poi, prima e dopo. La legge-bavaglio viene ormai da lontano, e basterebbe andare a spulciare chi l’ha proposta durante il governo Prodi e la gestione Mastella, nell’estate del 2007 quando rispuntavano (cfr. il gip Clementina Forleo) le intercettazioni sulle scalate bancarie incrociate degli Orazi del neonato Pd e dei soliti habitué Curiazi dell’allora Forza Italia.
Quindi alla domanda di noi terremotati “dov’erano i politici mentre si preparava questo terremoto annunciato” la risposta è: dove sono adesso, e chi più chi meno godevano o godrebbero di questa situazione. Mi si può obiettare: ma adesso è tutto un lustrare l’indipendenza e la libertà della stampa, da Fini a Calabrò. Oggi, sì. Ma ieri e l’altro ieri?
Ancora, dal punto di vista del terremotato assunto come lettera e metafora dello stato del Paese: vorrei che ci fosse uno sciopero a L’Aquila contro le nequizie di questi mesi? Ovvero: vorrei che il 9 luglio prossimo ci si fermasse tutti per evidenziare la legge-bavaglio e le sue potenzialità di forte restrizione per indagini e resoconto delle stesse? Da terremotato rispondo di no: non farei uno sciopero tradizionale a L’Aquila ma anzi cercherei di invaderla con le carriole ancora di più, così come non lascerei i giornali in tipografia. Sono d’accordo con chi propone di uscire con tutte le informazioni possibili sulla legge, le sue conseguenze, gli esempi in negativo a ddl approvato, la biografia (su accennata) di questa volontà politica.
Ma con un giornale gratis, come segno tangibile che in un giorno simile la doppia anima della carta stampata come di ogni mezzo di comunicazione di massa, ossia di servizio e di prodotto, perde questa seconda caratteristica per rimanere puro servizio (tralascio il fatto che molti giornali usciranno e uscirebbero lo stesso, e tv e radio profitteranno per smaltare la bontà del ddl medesimo). Ancora: mi illuderei di essere uscito dal tunnel del terremoto solo perché la mia parziale “new town” (che suona meglio di “nuova città”, è più adatta internazionalmente al G8… davvero ci vorrebbe un ergastolo linguistico al giorno…) è stata tirata su lontana dal centro storico e dalla sua memoria sulla base di piastre di cemento piazzate dalla Protezione civile? E mi illuderei che fosse sufficiente questa mobilitazione anti legge-bavaglio per evitare il rischio di ulteriori gravi scosse a una democrazia malata quale quella che siamo diventati “sotto gli occhi di tutti”?
Certo che no: l’elenco è quotidiano e sterminato.
Solo negli ultimi due mesi da “cricca” Scajola con le case “a sua insaputa” e Berlusconi che non ne molla la poltrona di ministro. Il grottesco caso Brancher che coinvolge tutta la maggioranza chi più chi meno a colpi di potere usato per coprire magagne o a colpi di debolezza o di inconsapevolezza da parte di chi ponteggia una coalizione “perché non può far altro”. L’avvocato parlamentare (tra i tanti) del Cavaliere Inarrestabile, Ghedini, che “scopre” che Napolitano non ha preso i voti come Berlusconi, dimostrando un’idea della democrazia sub-elettorale che ha rovinato la democrazia stessa. Il voto non come misura ma come supplenza della democrazia. E l’opposizione che non avendo prodotto nulla di suo ormai da secoli brinda per le dimissioni di Brancher come a “una grande vittoria politica”. Ecc. Ecc. Una scossa dietro l’altra, in un Paese che ha sempre convissuto e male con i terremoti e si prepara ad assistere all’ultimo scrollone, quello dell’unica costruzione eretta con criteri antisismici, la Costituzione. Forza con le carriole, cari, prima che sia troppo tardi.
Da Il Fatto Quotidiano, 7 luglio 2010