300 mila! Questo avrebbe potuto essere il numero dei morti nell’aquilano se fosse capitato un sisma di magnitudo pari a quella del terremoto che ha investito il Giappone, alle 6.46 del mattino, ora italiana. L’evento tellurico giapponese è stato di magnitudo momento 8.9, contro il 6.3 della sua omologa abruzzese, sprigionando un’energia distruttrice oltre mille volte più grande.
Ma è davvero così? Ne parliamo nel mio articolo di oggi su Cado in piedi, il nuovo blog di Chiare Lettere nato sulle ceneri di Voglio Scendere. E nel video.
DA L’AQUILA AL GIAPPONE
Il confronto fra il sisma giapponese e quello abruzzese. Quello nipponico è stato almeno mille volte più violento. Ma la differenza è tutta nella preparazione nazionale ai terremoti
I terremoti non si possono prevedere, recita un antico adagio tanto caro agli amministratori delle zone colpite dal sisma che ha distrutto L’Aquila il 6 aprile 2009. In realtà non è vero: la scienza cosiddetta ufficiale non sa ancora predire il "quando", ma sa benissimo il "dove". E anche per il "quando" si tratta solo di ragionare su scale temporali più estese. In Abruzzo l’INGV, e quindi la Protezione Civile, non avevano dubbi che un terremoto devastante si sarebbe abbattuto su case e persone, e sapevano che avrebbe potuto accadere entro un ragionevole lasso di tempo. Diciamo dieci anni?
Nonostante ciò, le case del centro storico aquilano sono rimaste affastellate come favelas e fragili come castelli di carte, senza nessuna verifica preliminare circa la loro capacità di assorbire l’onda d’urto sismica. E, cosa ben più importante, la popolazione non è stata informata circa il rischio che correva, né è stata preparata a fronteggiare tecnicamente il peggio. Non sono state effettuate esercitazioni, non sono state diffuse istruzioni particolareggiate sui materiali di prima necessità da tenere a portata di mano, accanto alle vie di fuga, né sull’abbigliamento utile da tenere pronto in modo che potesse essere indossato in fretta, o sulle scorte di medicinali, di viveri, di torce elettriche e quant’altro sia giudicato indispensabile per chiunque si trovi costretto all’improvviso a soggiornare all’addiaccio per un tempo che non si può prevedere a priori.
Gli aquilani hanno vissuto come se l’Abruzzo fosse una zolla di terra che galleggia sulla sabbia del deserto, completamente isolata sismicamente da ciò che avviene nel sottosuolo. E quando il terremoto è arrivato, ha fatto oltre trecento morti e settantamila sfollati. In Giappone, al contrario, forse non saranno molto preparati a gestire le criticità post-sismiche – e proprio in virtù di questa carenza recentemente Guido Bertolaso ha fatto loro visita -, avendo una qualità costruttiva degli edifici elevatissima e pensata appositamente per sopportare un terremoto come quello aquilano quasi tutti i mesi , ma sulla formazione dei propri cittadini le istituzioni hanno le idee molto chiare. Colpisce, osservando le numerose immagini presenti anche su YouTube, l’estrema calma con la quale i giapponesi hanno seguito alla lettera le istruzioni apprese in decine e decine di esercitazioni, effettuate sia sui luoghi di lavoro che in quelli ad uso privato. Hanno atteso una pausa tra le scosse principali; sono usciti dagli edifici senza indulgere ad isterie collettive, con tranquillità, ordinatamente; hanno raggiunto aree all’aperto lontane dal raggio d’azione di eventuali crolli… sapevano esattamente cosa stava succedendo e sapevano esattamente cosa fare, con disciplina. Questo, unitamente a una cultura del terremoto che seleziona le tecniche edilizie più adatte, ha fatto sì che un sisma come quello di oggi generasse, secondo le prime stime, un numero inferiore di morti rispetto a quello aquilano. Se consideriamo che l’evento di questa mattina, alle 6.46 italiane, ha avuto una magnitudo momento di 8.9, mentre nel caso abruzzese si è trattato di un 6.3, il raffronto non può che lasciare di sasso.
Quando avviene un sisma, viene eseguita una prima misurazione di massima, detta magnitudo locale, a cui poi fa seguito una misurazione più accurata, la magnitudo momento, appunto. In Abruzzo la magnitudo locale fu di 5,8, mentre in seguito fu possibile stabilire, con misurazioni più accurate, che la magnitudo momento effettiva si attestava a 6.3. Gli aquilani ricorderanno che la lettura e la comunicazione dei due valori, unita a una scarsa cultura della fenomenologia e della letteratura sismica, ha generato più di un equivoco nelle popolazioni locali, specialmente in virtù di una legge che avrebbe determinato risarcimenti per i danni subiti solo se la magnitudo fosse stata superiore ad una certa soglia, fissata in un valore di magnitudo 6. Ora, la differenza nell’energia che un terremoto rilascia non cresce in maniera uniforme al crescere della magnitudo momento, tutt’altro: la crescita si muove su scala logaritmica. Questo significa che tra un grado e l’altro della scala su cui viene misurata la magnitudo vi è un fattore moltiplicativo di 30. Stiamo parlando quindi di un terremoto, quello giapponese, più potente di circa mille volte rispetto a quello del 6 aprile 2009 a l’Aquila. E infatti ha coinvolto milioni e milioni di edifici, dei quali almeno 4 milioni sono rimasti senza corrente e senza energia, ed un territorio incredibilmente più vasto. Ci si sarebbe allora dovuti attendere un costo in vite umane superiore, nel caso peggiore, di un fattore mille. Come mai, allora, ha generato, fino ad ora, un numero di morti addirittura inferiore?
Le spiegazioni sono molte. La prima è sicuramente l’alto grado di prevenzione che il governo giapponese mette in campo nella salvaguardia dell’incolumità dei suoi cittadini, unita alla precisione di un popolo che sa redigere linee guida efficaci, emanare precise normative antisismiche, rispettarne i dettami e seguire alla lettera, disciplinatamente, le raccomandazioni. Ci sono però altri fattori chiave da considerare. Il Giappone, fra tutti i posti più ricchi del pianeta, è sicuramente quello che guida la classifica per quanto riguarda la frequenza degli eventi sismici, precedendo anche se di poco la Cina e vieppiù distanziando Italia, California, Nuova Zelanda e Grecia. Rispetto all’Italia ha però una sismogeneticità estremamente diversa. Si trova proprio sopra all’anello circumpacifico, quello delle grandi zone di subduzione del mondo, dove si rilascia più dell’80% dell’energia sismica del pianeta. Sono aree dove i terremoti sono molto forti: 8.9 quello di oggi in Giappone, 8.8 quello dell’anno scorso in Cile. In Italia si possono avere al massimo terremoti che superano di poco la magnitudo 7, perché non vi sono grosse zone di subduzione e la sismicità è molto più eterogenea, quindi anche estremamente più complicata da studiare. Il terremoto di questa mattina, pur essendo potenzialmente più devastante, è tuttavia avvenuto a oltre 100km di distanza dalla città più vicina, mentre quello aquilano si è verificato proprio sotto il capoluogo abruzzese ed è stato rimbalzato dalle montagne vicine, propagando onde elastiche superficiali che si sono riverberate dando luogo a movimenti sussultori e ondulatori, i più devastanti in assoluto. La differenza principale, però, va ricercata nel fatto che un tipico sisma giapponese rilascia energia in modo diverso, perché le grandi zone di subduzione danno origine a onde che viaggiano a bassa frequenza. La gente non parla di vibrazioni o tremori, quanto piuttosto della sensazione di trovarsi su una nave, al largo, in balia di una tempesta oceanica. Il terremoto arriva e viene percepito sotto forma di oscillazioni più lente, che danneggiano molto meno le normali abitazioni, più sensibili alle alte frequenze. Non a caso i danni più grossi, tsunami a parte, sono stati provocati alle grosse strutture, come i ponti, che a causa delle loro stesse dimensioni sono più soggetti ai danneggiamenti derivanti dall’esposizione prolungata alle onde lunghe.
Se è possibile dunque concludere coniando la massima "paese che vai, terremoto che vedi", possiamo tuttavia asserire con certezza che il grado di attenzione e di prevenzione dovrebbe essere lo stesso ovunque, per lo meno nei paesi che fanno parte del G8, così in Giappone come in Italia. E questo, purtroppo, non siamo in grado di affermarlo.
p.s. entro domani pubblico un aggiornamento circa la situazione della raccolta fondi per permettere la sopravvivenza del blog.
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