“Mentre scrivo non ho ancora stretto nessuna intesa formale con l’editore del Tg di La7 (…) PerĂ², visto che mi chiedete se farĂ² il direttore di quel telegiornale, rispondo con un bel ‘si”, e al diavolo le cautele. Ho giĂ stretto la mano, accettando l’offerta nell’ultimo momento utile per poter ricominciare il mio lavoro fin dall’inizio della prossima stagione”. Così Enrico Mentana, su Vanity Fair in edicola da domani, dalla sua rubrica fissa ‘Stazione di posta’, parla del suo arrivo a La7 dopo qualche bastone tra le ruote e nessun “aiutino”.
“La situazione – spiega Mentana – si è riaperta al principio di quest’anno, con le nuove proposte di Mediaset, dieci mesi dopo avermi messo fuori della porta, la cauta insistenza dei dirigenti di Telecom, che mi avrebbero ingaggiato ben prima se ‘qualcuno’ non si fosse messo di traverso, e l’esperienza breve ma molto positiva del programma via web con il Corriere della Sera (…)”. La scelta di andare a La7, dice, è stata fatta “con entusiasmo”, “perchĂ© è una realtĂ nuova”;”perchĂ© è un momento propizio come non mai alla crescita di un terzo polo dell’informazione; perchĂ© mi affascina e mi dĂ la carica l’idea di tornare a lanciare un telegiornale; perchĂ© i dirigenti di quell’emittente furono i primi (gli unici) a farsi avanti subito dopo il mio divorzio da Mediaset; perchĂ© ingiustamente quel notiziario è stato considerato in questi anni come la Cenerentola dei telegiornali (…)” e “perchĂ© lì stavo per andare all’inizio degli anni Duemila, accarezzando giĂ allora il sogno di poter ricominciare da capo, con un Tg che sfidasse le due corazzate dell’informazione televisiva. E quella tentazione non l’ho mai accantonata”.
Infine, conclude Mentana, “di una cosa sono particolarmente orgoglioso: di non aver chiesto ‘aiutini’ a nessuno in questo anno e mezzo di stop forzato. Raccomandarsi a qualcuno vuol dire cedergli parte della nostra libertĂ , come potete vedere molto spesso in Tv (e non solo). E questo vale ovviamente per Berlusconi e per i suoi avversari, ma anche per le lobby economiche e perfino giornalistiche”.
