«Non perdiamo soldi con l’ alta moda. Questi sono abiti che fanno risuonare il brand, portandolo ovunque». Donatella Versace ha da poco concluso al Plaza Athenée, Parigi, la presentazione della nuova collezione Atelier: solo dieci capi («basta e avanza. Si potesse fare lo stesso nel prêt-à-porter! Perché siamo onesti: in dieci capi racconti il senso di una collezione, tutto il resto è un girarci attorno»), realizzati nella sartoria del palazzo milanese di via Borgospesso, venticinque sarte che da due mesi ricamano le sete con micro jais e swarovski, ne fanno corpetti drappeggiati e lunghe gonne arricchite da tulle sfrangiato a mano, un punto dietro l’ altro, 400-500 ore di lavoro per ciascun vestito (e su un muro della sartoria, l’ incredibile sequenza di foto delle celebrità vestite Versace dà un tocco di regale solennità a quell’ affannarsi attorno a tavoli e manichini). «Chi perde soldi nell’ alta moda investe troppo nelle sfilate, che hanno costi assurdi», dice la stilista. L’ haute couture di Versace da quasi dieci anni (era il 2003) non sfila più. Se il fatturato è in calo – la Gianni Versace ha chiuso il 2009 con 268 milioni contro i 336 del 2008 – e i conti in rosso – l’ ebitda, cioè il margine operativo lordo, è negativo per 2,4 milioni – la responsabilità non è degli abiti da star. «L’ andamento delle vendite – aveva detto l’ ad Gian Giacomo Ferraris alla presentazione del bilancio – è stato influenzato sia dalla debolezza della domanda che da interventi di riorganizzazione, il cui valore aggiunto sarà…
