Il padre del metodo di indagine strutturalista agli studi antropologici avrebbe compiuto 101 anni il 28 novembre prossimo.
«Nulla, allo stato attuale della ricerca, permette di affermare la superiorità o l’inferiorità di una razza rispetto all’altra»: questa citazione è rappresentativa di ciò che è stato l’uomo e lo scienziato sociale Claude Levi-Strauss, morto nella notte di sabato, e in assoluto uno dei più grandi antropologi contemporanei la cui vita è stata dedicata a far capire che la cultura non è solo la produzione artistica di un popolo ma è il complesso delle peculiarità del popolo stesso.
L’opera di Levi-Strauss e la sua antropologia strutturale (di cui è uno dei padri fondatori) sono anche per questa ragione universali, nel senso che non permettono più graduatorie tra una cultura e un’altra. I suoi studi, la sua scrittura, vanno oltre l’ambito scientifico e si possono ricondurre anche a quello politico e letterario. Nato a Bruxelles il 28 novembre 1908. Compie i suoi studi a Parigi.
Nel 1935 si trasferisce a San Paolo e dopo un breve ritorno in Francia, si rifugia negli Stati Uniti. Tornato in Francia, nel 2008 viene festeggiato ufficialmente per i suoi 100 anni. Scienziato sociale, intellettuale ma anche filosofo politico per la capacità di opporre negli anni settanta una lettura analitica della società a quella ideologica di stampo marxista.
“Pensiero Selvaggio” e “Il Cotto e il Crudo” sono altri due titoli della lunga produzione dello scienziato onorato, anche, della Grand-croix de la Legion d’honneur. 1948, La vie familiale et sociale des Indiens Nambikwara, Parigi, Societè des americanistes, (La vita sociale e familiare degli indiani Nambikwara, Torino, Einaudi, 1970). Tra le sue opere più importanti: Le Strutture elementari della parentela ; Tristi tropici, Le origini delle buone maniere a tavola, L’uomo nudo.