ROMA – “Adesso mi sveglio tutte le notti, urlo e piango”: Stefania M., 38 anni, è devastata dopo quell’aborto “non riuscito” all’ospedale San Camillo di Roma. Il 26 agosto, a distanza di 10 giorni dall’intervento, Stefania ha espulso il feto nel piatto della doccia. Intervistata dal Corriere della Sera, ora chiede giustizia per sé e per le altre donne cui poteva capitare, ma vuole anche tutelare sua figlia di appena 5 anni e mezzo e per questo chiede di restare nell’anonimato.
Lo scorso 16 agosto, racconta, si è recata all’ospedale San Camillo per abortire: la scelta sofferta dopo aver scoperto che la bimba che portava in grembo era affetta da Trisomia 21, malformazione genetica responsabile della sindrome di Down. L’hanno ricoverata alle otto del mattino, poi l’anestesia e il risveglio in corsia su una barella. Alle 12 era già fuori con in mano il foglio di dimissioni e un appuntamento per un controllo fissato il 2 settembre.
La convalescenza, dopo un’interruzione di gravidanza, è sempre dolorosa. Stefania è rimasta a letto, borsa del ghiaccio sulla pancia e riposo, ma non poteva certo immaginare di portare ancora in grembo quel feto.
Nella settimana dopo l’intervento ho avuto dolori, mal di testa, una volta la febbre, fitte addominali, piccole perdite di sangue, ma pensavo fossero normali. Mi sono allarmata quando ho cominciato a non poter muovere più le gambe. Dolori fortissimi in qualsiasi posizione mi mettessi. Quella mattina mi sono svegliata in un lago di sangue. Sono andata sotto la doccia ed è lì che ho espulso il feto.
Poi la corsa in ospedale, con lei c’erano il marito e il fratello.
Hanno raccolto me e il feto e siamo andati al Pronto soccorso del Gemelli.
Stefania è certa di quello che le è accaduto
Sì, non c’era possibilità di sbagliarsi. Quello non era sangue, il feto era ben distinguibile.
Ma non riesce a darsi pace
“Mi interrogo ogni giorno, da allora. Quel figlio lo volevo, per me e mio marito, ma anche per nostra figlia, per darle una compagnia. Interrompere la gravidanza è stata una scelta molto difficile. Dopo la diagnosi della sindrome di Down abbiamo pensato che andava tutelato l’equilibrio che avevamo raggiunto e anche la vita di nostra figlia, che rischiava di essere sconvolta… (Stefania si ferma, raccoglie le parole, ma ancora una volta le pronuncia a viso aperto, senza nascondersi) …La figlia che ho voluto uccidere, non posso dire altrimenti, e che ho raccolto nel piatto della doccia… E’ una cosa molto triste, da allora mi interrogo se non sia una punizione per quello che ho fatto”.
A sua figlia aveva parlato della gravidanza? “Sì, sapeva tutto. E le ho detto che non tutti i bambini che sono nella pancia delle mamme poi riescono a nascere. Lei mi ha chiesto se questo è uno dei “misteri della vita”.