ROMA – Ha trascorso tre anni e otto mesi in carcere per quattro rapine mai commesse. Anni che Angelo Cirri, ora assolto da ogni accusa in un processo di revisione, avrebbe potuto vivere da uomo libero, anche perché la prova della sua estraneità saltò fuori già due mesi dopo l’arresto. Ma il suo caso si trasformò in una odissea giudiziaria incredibile. Data d’inizio il 9 aprile del 2004.
Quella notte le forze dell’ordine fecero irruzione a casa di Cirri convinti di aver inchiodato l’autore di 13 rapine nella zona di Grottaferrata. Colpi da poco, tutti terminati, però, con il pestaggio delle vittime. L’uomo, dopo un risveglio drammatico, fu ammanettato Angelo davanti ai figli e portato in caserma ancora in pigiama.
A incastrare Cirri c’era il racconto di una delle presunte vittime. Un dettaglio però non tornava: il rapinatore, stando alla testimone, una donna, parlava campano e Cirri era romano. Ma gli investigatori dissero che si trattava di un particolare insignificante perché l’accento si poteva mascherare.
