Le tre studentesse, tutte di buona famiglia, si prostituivano attraverso annunci su siti internet dedicati agli incontri. Si ‘vendevano’ per 30 o 50 euro. Incontravano i clienti che spesso hanno figli dell’età delle baby prostitute, nelle loro auto in luoghi pubblici come i piazzali o zone isolate dell’entroterra.
“Quando ho visto che era una bambina, mi si è gelato il sangue e sono scappato”, ha detto alla polizia il trentenne che ha denunciato il caso. L’uomo aveva risposto a un annuncio su internet. “Quella ragazzina non l’ho fatta neppure salire in auto”, ha aggiunto ai poliziotti.
Hanno pianto ed hanno manifestato pentimento e ravvedimento le tre una volta interrogate in caserma, davanti ai genitori, e hanno spiegato di non aver piena coscienza di quanto stessero facendo e che tutto era cominciato quasi come un gioco per imitare le ragazze che si prostituivano a Roma.
“In che guaio ci siamo cacciate – hanno affermato, dopo un pianto liberatorio -. Abbiamo sbagliato, non lo faremo più”. Sono alcune delle frasi pronunciate dalle ragazzine ai poliziotti, quando sono state ascoltate in caserma.