Balducci, Anemone & C. restano in carcere

Angelo Balducci, Diego Anemone e Mauro Della Giovampaola, arrestati nell’ambito dell’inchiesta sugli appalti per i cosiddetti Grandi eventi, restano in carcere. Lo ha deciso lunedì sera il gip Paolo Micheli, lo stesso che il 27 febbraio aveva disposto la misura cautelare, respingendo le istanze di revoca di custodia cautelare presentate dai tre indagati (Fabio De Santis non aveva invece formalizzato alcuna richiesta).

In particolare nel provvedimento sono stati ritenuti ancora sussistenti i pericoli di inquinamento probatorio e di reiterazione del reato. Secondo il giudice elementi utili a sostenere il quadro accusatorio derivano anche dagli ultimi accertamenti svolti dagli inquirenti.

Il gip avrebbe tra l’altro fatto riferimento alla questione relativa alla tappezzeria per l’abitazione del figlio di Balducci che risulterebbe fatturata dalla società costituita da Anemone per i lavori per il G8 alla Maddalena. Le istanze di revoca della custodia cautelare, o di sostituzione con una meno afflittiva, erano state avanzate da Balducci, Anemone e Della Giovampaola il 3 marzo scorso dopo gli interrogatori di garanzia.

In quella sede i tre avevano sostenuto la correttezza del proprio comportamento e l’estraneità alle accuse. Alle istanze si sono però opposti i pubblici ministeri Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi secondo i quali il quadro indiziario nei confronti degli arrestati “non appare assolutamente mutato” e nemmeno scalfito dalle versioni difensive fornite in occasione degli interrogatori di garanzia.

Ad avviso dei magistrati, le indagini più recenti confermano quanto emerso nella prima fase dell’inchiesta avviata dalla procura di Firenze e poi trasferita a Perugia per competenza a causa del coinvolgimento dell’ex procuratore di Roma Achille Toro.

Secondo i pubblici ministeri perugini, nell’ambiente della gestione degli appalti per i cosiddetti Grandi eventi si era creata “una totale e completa mercificazione di tutto il sistema a favore di interessi privati”. Secondo i magistrati questo era possibile grazie alla “connivenza di tutti o quasi” i centri decisionali.

Per i pm “è di tutta evidenza” che nel dipartimento della Ferratella “la corruzione interessasse proprio tutto il sistema nel suo complesso e non solo il vertice”. A loro avviso infatti dalle intercettazioni agli atti emerge come Anemone e gli altri imprenditori “graditi” nell’ambiente si sarebbero occupati delle esigenze di tutti i dipendenti (come il pagamento del rinfresco di matrimonio a un’impiegata).

Motivando il parere contrario alla richiesta di revoca delle misure cautelari, i pubblici ministeri hanno tra tra l’altro rilevato che rimane il pericolo di reiterazione del reato per la “ramificazione e diffusione” del presunto fenomeno criminale, ma hanno anche definito “sguarnite di riscontro e di attendibilità” le dichiarazioni difensive degli indagati.

Lo stesso gip Micheli, nell’ordinanza del 27 febbraio scorso, aveva parlato di un “quadro emblematico di malaffare” che è emerso dall’indagine.

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