Capaci, agente: “Dissi di aver visto un furgone. Genchi mi costrinse a mentire”

Capaci, agente: “Dissi di aver visto un furgone. Genchi mi costrinse a mentire”

CAPACI – “Dissi di aver visto un furgone bianco la sera prima della strage ma Genchi mi costrinse a mentire”. L’accusa all’ex funzionario del ministero dell’Interno, Gioacchino Genchi,  l’esperto di telematica e telefonia dell’ex pm Luigi De Magistris destituito dalla polizia “per motivi disciplinari” nell’ambito dell’inchiesta Why Not, arriva da un ex superpoliziotto della stradale. L’ultimo mistero sulla strage di Capaci nella quale morirono il magistrato antimafia Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro.

Tutto è riemerso un mese fa quando il pool di Caltanissetta, guidato dal procuratore Sergio Lari, spulciando tra gli atti dell’inchiesta, si è accorto delle due versioni sul furgone bianco. La sera del 22 maggio 1992, l’agente della stradale D.M. notò il mezzo “nello stesso punto dell’attentato con alcune persone intorno”. Ma a distanza di una settimana, in una nota scritta di suo pugno, ritrattò:

“Mi sono sbagliato, quel furgone bianco non era sul luogo dell’attentato, ma in una stradella più sotto che mi pare si chiami via Kennedy”.

Oggi, a distanza di vent’anni il furgone bianco diventa elemento cruciale di un nuovo filone d’indagine, quello sui presunti “concorrenti esterni” che potrebbero aver avuto un ruolo al fianco dei mafiosi.

Ma il colpo di scena giunge quando D.M. interrogato sostiene:

“Ho dovuto cambiare versione, qualcuno è venuto da me e mi ha detto che era meglio se quel furgone bianco usciva dalla scena del crimine”.

E a domanda diretta su chi fosse la persona che lo avrebbe convinto a ritrattare, risponde:

“Un poliziotto molto noto, anzi un ex poliziotto: Gioacchino Genchi”.

Genchi, che a sua volta è stato indagato per atto dovuto per favoreggiamento aggravato, è stato ascoltato dai pm. Non solo ha negato di aver mai fatto pressioni sull’agente della stradale e di averlo mai incontrato o conosciuto, ma lo ha pure controdenunciato per calunnia.

Quale sia la verità sul furgone bianco resta un mistero, ma intanto tra le carte della strage i procuratori di Caltanissetta hanno trovato un’altra testimonianza: il  verbale di interrogatorio di Francesco Naselli Flores, ingegnere palermitano cognato del generale Carlo Alberto dalla Chiesa.

Flores raccontò di essere passato sullo svincolo di Capaci il 22 maggio del 1992, verso le 12, circa 28 ore prima dell’esplosione:

“Ho visto sul luogo un furgone bianco, mi è sembrato un Maxi Ducato. Stendevano cavi”.

All’epoca dei fatti Anas, Enel, Telecom e altre aziende, riferirono di non aver mai inviato sull’autostrada propri operai o tecnici per eseguire lavori.

Published by
Daniela Lauria