Caso Akragas. Pallone e mafia, la ricetta del calcio siciliano da Palermo a Locri

Calcio siciliano in salsa mafiosa, dalle partite per dilettanti a quelle di serie A. La vicenda più recente è la dedica del presidente di Akragas Calcio, Gioacchino Sferrazza, che  ha “regalato” la vittoria del 5 a 0 contro Sporting Arenella a un presunto capo mafioso di Palma di Montechiaro, Nicola Ribisi, arrestato il 17 settembre dalla polizia.

Arena, conosciuto come Don Carmine, e trucidato dalle cosche, era il cugino della squadra di Isola Capo Rizzuto: la sua morte venne ricordata in campo con un minuto di silenzio, rigorosamente osservato da tutti, durante la partita con lo Strongoli. Era il 4 ottobre 2004.

Andando a ritroso nel tempo l’ombra della mafia sul pallone si allunga fino a Locri. Durante la partita con lo Sciacca i giocatori e le tribune rievocarono Cosimo Cordì, il boss di tutti. Era il campionato 1996/1997.

A Palermo uno striscione di alcuni tifosi campeggia sulla curva sud della Favorita: «Uniti contro il 41 bis. Berlusconi dimentica la Sicilia». L’episodio è datato dicembre 2002, poco dopo Leoluca Bagarella, boss dei corleonesi, lancia un appello contro il carcere duro.

La storia più vecchia che riaffiora nell’intreccio tra pallone e malavita è quella di Gaetano D’Agostino, piccolo giocatore prodigio della Palermo degli anni ’60. Il padre Giuseppe lo fece raccomandare dagli organizzatori delle stragi di Palermo e Firenze, i fratelli Graviano. Venne messo in contatto con il presidente della Bacigalupo dell’Arenella, Marcello Dell’Utri.

L’allora presidente della squadra di D’Agostino ora ha una condanna in primo grado sul collo: nove anni per associazione mafiosa.

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