Sul bimbo non sono mai state trovate tracce di violenza di alcun tipo, come hanno confermato oltre alla madre anche i parenti materni più stretti che sentendo i racconti del bambino – a partire dai tre e fino ai cinque anni – si erano insospettiti. A puntare l’indice contro il padre era stata una psicoterapeuta alla quale la madre – anche lei psicologa – si era rivolta perchè preoccupata dai comportamenti del bambino che si toccava il pene dicendo che seguiva l’esempio del papà e che si sfregava contro le bambine che incontrava. In appello l’uomo venne assolto ma, su impugnazione della ex moglie e della Procura di Bologna, la stessa Cassazione – nel 2007 – dispose un nuovo e più approfondito processo.
Nel 2008 l’appello bis ha convalidato l’innocenza del padre con la formula “perchè il fatto non sussiste”, bocciando le perizie svolte sul minore “dirette a indagare i rapporti tra i genitori piuttosto che i comportamenti del bambino”. L’aggressività del piccolo – che soffre anche di un lieve ritardo mentale – e i rapporti esclusivi con la madre ed in suoi parenti, hanno “reso spiegabile” le calunnie nei confronti del padre. Ma la madre e la Procura della Corte di Appello di Bologna hanno, di nuovo, fatto ricorso in Cassazione.
Adesso la Suprema Corte – con la sentenza 31631 – ha detto ‘no’ all’ennesima riapertura delle indagini sul padre, ‘vittima’ di un bimbo con la “tendenza a mentire” anche perchè influenzato dal “rapporto conflittuale” fra i genitori. Per quanto riguarda la precocità del minore, la Cassazione ha confermato la possibilità che certi comportamenti siano stati visti in televisione o appresi dalla frequentazione di altri bambini o fratelli più grandi.