Una notte trascorsa in cella vale più di 200 euro di indennizzo se l’arresto si rivela illegittimo.
Lo ha stabilito la Corte di Cassazione (sezione IV penale), accogliendo il ricorso di un imprenditore marchigiano di 71 anni. Renato Raimondi era finito in manette il 9 giugno del 2008, nell’ambito di un’inchiesta della procura di Macerata, condotta dalla Polizia e dai Carabinieri del Nucleo tutela patrimonio artistico di Ancona, su una presunta truffa legata alla tentata esportazione di opere d’arte autentiche e copie, alcune spacciate come vere, di Parmigianino, Rubens e Leonardo da Vinci.
Compresa una falsa ‘Vergine delle rocce’. Il provvedimento restrittivo a carico dell’imprenditore, incensurato, non era stato però convalidato dal gip, che lo aveva ritenuto illegittimo. L’inchiesta penale, che coinvolge sei persone, è ancora in corso, ma il difensore di Raimondi, l’avv. Giampaolo Cicconi, aveva sollecitato un indennizzo adeguato alle “gravi conseguenze familiari e personali subite” dal suo assistito per la notte trascorsa in una cella del carcere di Ancona.
Il 3 febbraio 2009 la corte di Appello di Ancona liquidò a Raimondi 200 euro a titolo di risarcimento. Un indennizzo ridicolo, secondo il ricorso dell’avv. Cicconi. E i giudici di Cassazione gli hanno dato ragione, nonostante il parere negativo del pg.
L’ordinanza della corte d’Appello è stata impugnata con rinvio alla stessa corte per un nuovo esame della vicenda, e per la liquidazione all’interessato, “privato della propria libertà personale, anche se per un solo giorno”, di un importo superiore, che tenga conto del disagio subito. E cioé, almeno stando alla tesi prospettata dal difensore, “i gravi danni esistenziali e psicologici derivanti dal clamore suscitato dalla notizia dell’arresto e dal trauma subito al momento dell’ingresso in carcere, con l’imprenditore schedato, fotografato, e costretto a lasciare le impronte digitali”.
Senza considerare “il disagio e lo stress di dover condividere la cella (con un solo bagno) con altri detenuti”, e “un malessere diffuso persistente anche dopo la scarcerazione, con conseguente assunzione di farmaci”.