
ROMA – Affari anche con i cassonetti gialli, quelli dei vestiti usati. Affari illeciti con i vestiti destinati ai poveri. Ci sarebbe anche questo nelle carte dell’inchiesta della direzione investigativa antimafia che ha portato all’arresto di quattordici persone accusate di traffico illecito di rifiuti e associazione per delinquere. Vestiti venduti al chilo nei mercatini dei paesi poveri, senza neppure la sterilizzazione. Venduti per meno di un euro al chilo, cifra che però va moltiplicata per oltre 10mila tonnellate di vestiti.
Inchiesta, ovviamente, in fase preliminare e con accuse tutte da dimostrare. Così come è tutto da dimostrare il collegamento, fatto dagli investigatori, nell’affare di Salvatore Buzzi (il presidente della cooperativa 29 giugno) e di Massimo Carminati, i due personaggi di spicco dell’inchiesta Mafia Capitale.
Secondo gli investigatori i vestiti dei cassonetti gialli, invece che al macero o in beneficenza, venivano venduti a caro prezzo in particolare in Africa ed Europa dell’Est. Affari di una organizzazione che aveva al suo vertice il boss della camorra Pietro Cozzolino.
Tutto attraverso una rete di cooperative, spiega Sara Menafra sul Messaggero:
“La principale delle società finite nell’inchiesta, la B&D Technology fatturava 1.225.000 di euro per 3.190 tonnellate di vestiti usati. Mentre la cooperativa sociale «Lapemaia», nei soli primi otto mesi del 2012, hanno venduto all’estero 3.934.015 kg di abiti usati, fatturando quasi un milione di euro, (785.585,15) e incassandone in nero altri, 600mila. Cambiando costantemente i punti di raccolta e di stoccaggio dei vestiti, gli uomini di Cozzolino – esponente di un clan di Ercolano con un passato nel traffico di stupefacenti – riuscivano ad evitare di igienizzare e disinfettare gli abiti come sarebbe previsto. I tessuti a quel punto non potevano più essere riutilizzati in Italia ma finivano all’estero, in particolare in Ucraina e Tunisia”.
Inevitabile secondo gli investigatori che non ci fosse il “placet” di Buzzi e Carminati. Ancora il Messaggero:
L’organizzazione si avvantaggiava di «compiacenze politiche e collaudati meccanismi procedurali di facilitazione degli affidi», scrive nell’ordinanza di custodia cautelare il gip Simonetta d’Alessandro. Per gli affari che passavano da Roma (ma il giro coinvolge anche Abruzzo e Campania) a decidere era Ama Spa. Impossibile, scrive il pool della Dda guidato da Michele Prestipino, ipotizzare che l’affare avvenisse senza il benestare di Mafia Capitale e quindi di Massimo Carminati e il capo delle cooperative sociali Salvatore Buzzi.
«Chi vuole vincere non paga più, come un tempo, solo alla Pubblica Amministrazione, in un contesto che è solo corruttivo, ma paga al titolare di poteri di fatto all’interno della Pubblica Amministrazione, poteri che sono correlati al dominio della strada», scrive D’Alessandro. Al momento di discutere del bando del 2013, per la raccolta dei vestiti dei «cassonetti gialli» per conto di Ama Spa, due degli indagati si contattano freneticamente per raggiungere un accordo, da un lato la moglie della cooperativa Sol. Co. e, dall’altro, il presidente del consorzio, Mario Monge: «E’ quest’ultimo a comunicare con Buzzi – scrive il gip – il livello è apicale, e a poter interloquire con il vertice del sistema».
Sul volume di affari e su come sarebbe avvenuto il tutto scrive un lungo reportage per l’Espresso Giovanni Tizian:
Un esempio: una delle cooperative coinvolte, Lapemaia onlus, nei primi otto mesi del 2012 ha smerciato quasi tre tonnellate di abiti usati tra la Tunisia la Polonia e la Campania, guadagnando mezzo milione di euro. Il ricarico su ogni chilo venduto all’estero andava dai 35 ai 58 cent. Spiccioli che vanno moltiplicati per le 12 mila tonnellate: a tanto corrisponde, secondo uno degli indagati, il business.
La spedizione, dai porti di Salerno e Civitavecchia, avveniva attraverso società di intermediazione che servivano a facilitare la falsificazione dei documenti e la spedizione verso Nord Africa e Europa dell’Est. Il meccanismo insomma è sempre lo stesso. Il tipico giro bolla che permette di declassificare i rifiuti. Un meccanismo che gli imprenditori della camorra conoscono molto bene. Con questo meccanismo è stata infatti avvelenata la provincia di Caserta trasformandola in Gomorra.
