ROMA – “Il giudice ha sbagliato, doveva restare in cella”. “La violenza per me è lui: questa è una sua piccola vendetta”. La guerra dei Chiesa va in onda da qualche giorno su quotidiani e tv. Christopher Chiesa, 21 anni, è uno degli studenti arrestati (poi rilasciato) dopo gli scontri a Roma del 14 novembre scorso. Giorgio Chiesa, 52 anni professione chef a Cuneo, è il padre. Un padre anomalo, che davanti all’arresto del figlio perde le staffe perché non lo hanno tenuto in cella di più.
Insomma, la storia dei Chiesa, come in un romanzo storico, ha l’appeal della vicenda personale e gli ingredienti di un fenomeno generale. Perché ci sono, a leggere le dichiarazioni dei due, gli elementi classici del conflitto padre-figlio. Ma non è per questo che la storia dei Chiesa si fa interessante, altrimenti sarebbe rimasta confinata ai giornali locali e alla tribuna dei programmi del pomeriggio. Invece la storia è finita anche sul Corriere della Sera e sul Giornale. Per un motivo preciso. Christopher è un figlio come tanti dell’epoca Monti, studente universitario senza problemi economici, parzialmente mantenuto dal padre ma che per pagare i conti fa anche il giardiniere, con il pallino della “rivoluzione”.
Un “rivoluzionario” (si dirà ancora così?) come quelli che in strada scendono sempre più spesso. Vogliono equità, non amano i poliziotti, non digeriscono Monti e Fornero. Ma non è detto che leggano libri e saggi, o conoscano l’immarcescibile poesia di Pasolini “Io simpatizzavo coi poliziotti” che immancabilmente dal ’68 viene citata quando si parla di giovani studenti borghesi che picchiano poliziotti figli di operai.
Un figlio come tanti, che sogna la rivoluzione, una rivoluzione, (e sì, finisce in galera con l’accusa di resistenza a pubblico ufficiale e lesioni) e pasticcia con le letture: su Facebook la sua frase simbolo è di Ulrike Meinhof (la terrorista tedesca della banda Baader-Meinhof): “se dai fuoco a una macchina è reato, se ne bruci migliaia è un’azione politica”. Non conosceva la celebre poesia di Pasolini e a domanda diretta sulle letture preferite dice: “Non leggo romanzi. Saggi? Non me ne viene in mente uno”.
E anche un padre come tanti. Giorgio Chiesa, chef e imprenditore, che racconta: “Altro che semplice firma, dovevano tenerlo dentro più a lungo. Se restano impuniti li glorifichiamo. Gestisco alberghi e ristoranti, di lavoro ne avrebbe se volesse. Ma lui vive molto meglio di tanti poliziotti che sono stati aggrediti negli scontri”. Poi, come in tutte le storie, ci sono gli episodi personali che dicono molto di questo rapporto padre-figlio: “Usava la cinta per insegnarmi l’eduzione: la violenza è lui”. E il papà: “Mi sono sempre interessato a lui, non ho mai smesso di seguirlo, di sostenerlo economicamente”.
Ma al netto dei dettagli personali la storia di Giorgio e Christopher ripropone l’eterno conflitto tra padre e figlio, tra vecchio e nuovo, tra conservatori e rivoluzionari. Anche se stavolta la sensazione è che a sapere più di naftalina sia più la rivoluzione del figlio che la paternale del signor Chiesa.
