Delitto Olgiata, famiglia contessa contro pm: “Indagini svolte male”

Alberica Filo Della Torre

ROMA – Il Consiglio superiore della magistratura potrebbe essere chiamato in causa per scrivere l’ultimo capitolo del giallo dell’Olgiata, il delitto della contessa Alberica Filo della Torre compiuto il il 10 luglio del ’91 dall’ex domestico filippino della nobildonna romana, condannato qualche mese fa anche in appello per aver commesso l’omicidio.

A chiamare in causa il Csm, ma anche la procura generale della cassazione e persino il ministero della Giustizia, è adesso la famiglia della contessa: il vedovo Pietro Mattei e i figli Manfredi e Domitilla hanno infatti molto da ridire su come sono state condotte le indagini prima che il caso venisse gestito dal pubblico ministero Francesca Loy, che dopo vent’anni è riuscita a risolverlo.

I familiari hanno chiesto”alle competenti autorità” di svolgere accertamenti. Quello che vogliono capire il vedovo della contessa e i suoi figli è come sia stato possibile a Winston Manuel, il filippino che ha poi confessato ed è stato condannato a sedici anni, di farla franca per più di venti anni.

Durante il processo originario, non vennero trascritte e tradotte due intercettazioni che avrebbero consentito di svelare la prova del delitto già nel settembre del 1991.

Quanto accaduto lo spiega Sara Menafra sul Messaggero:

“Due mesi dopo l’omicidio, infatti, Winston Manuel fu indagato per primo per una macchia sui pantaloni che poteva essere stata provocata dal sangue della contessa. E mentre era sottoposto ad intercettazioni telefoniche e ambientali, per due volte parlò dei gioielli che aveva rubato nella stanza della contessa, subito dopo averla uccisa per cercare di poterli rivendere. Agli atti dell’inchiesta, ricordano Pietro Mattei e i figli, finirono gli audio di diciannove telefonate di Winston, ma solo cinque furono tradotte in italiano e trascritte. Nelle rimanenti nove c’erano le due che avrebbero potuto fare immediatamente luce sul delitto”.

“Fu il pm Francesca Loy, nel 2011, a mettere il filippino alle strette dopo che nel ’91 la procura lo aveva prosciolto. Con un esame dei carabinieri del Ris rintracciò il suo dna sulla scena del crimine e dispose la trascrizione di tutte le telefonate, scoprendo anche il movente: la rapina. Winston, che era rimasto in Italia a servizio in un’altra famiglia, alla fine confessò. E adesso, 21 anni dopo, la famiglia Mattei chiede conto di questa lunga attesa per conoscere la verità”.

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Lorenzo Briotti