ROMA – In carcere con una condanna all’ergastolo, supera tutti gli esami universitari grazie al progetto “Teledidattica – Università in carcere” ma il Tribunale di Sorveglianza di Roma gli nega il permesso per andare a laurearsi. E il garante dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni, lancia una denuncia al presidente del Tribunale di Sorveglianza, Alberto Bellet.
Il detenuto in questione, Giuseppe G., di 56 anni, è a Rebibbia da più di 20. Ha dato tutti gli esami all’Università di Tor Vergata grazie al progetto “Teledidattica – Università in carcere” che ha avuto il benestare dello stesso ministero della Giustizia.
Avendo finito gli esami, Giuseppe ha chiesto un permesso di necessità per andare a discutere la tesi di laurea, che gli è stato respinto. Ha presentato ricorso, ma anche questo è stato rigettato dal Tribunale di Sorveglianza con la motivazione che il permesso è concesso solo in caso di imminente pericolo di vita di un familiare o di un convivente o in casi di eccezionale gravità. E la laurea di Giuseppe non rientra in questa casistica.
Così il garante ha scritto al presidente del Tribunale di Sorveglianza:
“Non è mia consuetudine intervenire nel merito dei provvedimenti del Tribunale di Sorveglianza, ma nel caso di specie ritengo la decisione assunta ingiusta, frutto di una interpretazione restrittiva di una norma dell’Ordinamento penitenziario. Per questo ho sottolineato l’accaduto, auspicando che il Tribunale possa mutare la propria giurisprudenza evitando rigidità interpretative che non contribuiscono alla tutela della sicurezza dei cittadini e finiscono per mortificare esperienze positive”.
Il garante ricorda un caso analogo:
“A Reggio Emilia è stato concesso il permesso in quanto si trattava di un evento teso a valorizzare l’individualità del detenuto e il suo percorso trattamentale. Il provvedimento di Roma rischia di vanificare un percorso che il detenuto ha avviato durante la detenzione. Lo studio, infatti, è divenuto strumento di riscatto sociale e un’importante occasione per dimostrare a se stesso e agli altri che nella vita è possibile ottenere successi anche senza ricorrere al reato. Impedire al detenuto di discutere la tesi fruendo di poche ore di permesso, è una decisione eccessivamente punitiva, che non può trovare giustificazione in nessuna esigenza di sicurezza”.