"Discriminati e invisibili": omosessuali sul posto di lavoro secondo Arcigay

ROMA, 12 OTT – Sicuramente discriminati, spesso "invisibili" per proteggersi. Il 13% delle persone omosessuali in Italia ha visto respinta la propria candidatura per un posto di lavoro a causa della propria identita' sessuale negli ultimi dieci anni, e questa percentuale fra le persone trans sale al 45%. Sono alcuni risultati dell'indagine "Io sono io lavoro", la prima ricerca scientifica nazionale realizzata in questo campo.

La ricerca, presentata oggi a Roma e realizzata da Arcigay, ha raccolto 2.229 questionari compilati da persone lgbt, ha intervistato 52 testimoni qualificati e ha ascoltato 17 storie di discriminazione sul lavoro da parte di altrettante persone.

Oltre un quarto dei rispondenti è completamente invisibile sul posto di lavoro (26,6%); il 39,4% è invece visibile con la maggioranza dei colleghi o clienti. Dove vi sono altre persone omosessuali o trans sul posto di lavoro, cresce tendenzialmente la visibilità.

Il celare la propria identità sessuale è, per la maggior parte, funzionale a evitare trattamenti sfavorevoli: la maggioranza di quanti vivono nell'invisibilità sul posto di lavoro, infatti, teme che lo svelamento della propria identità sessuale comporterebbe un peggioramento della propria condizione.

Tuttavia, questa aspettativa non è confermata dall'esperienza di coloro che hanno fatto coming out, la maggior parte dei quali ritiene che la propria situazione non sia sostanzialmente cambiata, o sia addirittura migliorata. L'effetto positivo della visibilità sul lavoro è confermato anche dalla maggiore soddisfazione lavorativa registrata tra quanti sono visibili sul lavoro rispetto agli 'invisibili'.

Il 4,8% ha dichiarato di essere stato licenziato o ingiustamente non rinnovato in ragione della propria identità sessuale negli ultimi dieci anni, percentuale che sale al 25% tra le persone trans. Il 19,1% ha dichiarato di essere stato trattato iniquamente sul lavoro in quanto omosessuale, e la percentuale sale al 45,8% delle persone trans da femminile a maschile e addirittura al 56,3% delle persone trans da maschile a femminile.

Per la maggioranza degli intervistati, comunque, il presente è migliore del passato (è ottimista il 48,5% del campione) e il futuro sarà migliore del presente (è ottimista il 54,6%). Meno rosee sono le previsioni di quanti hanno subito un licenziamento o un trattamento ingiusto in ragione della propria identità sessuale.

"La discriminazione – commenta Raffaele Lelleri, sociologo e responsabile scientifico della ricerca – colpisce direttamente una minoranza di lavoratori lgbt. L'impatto indiretto è invece molto più ampio: secondo alcuni osservatori, esso è persino universale, visto che tutte le persone lgbt si trovano, prima o poi, a domandarsi se essere visibili o meno sul lavoro, ad anticipare le conseguenze del proprio coming out. Sorprende l'uniformità territoriale di questi fenomeni: Nord, Centro e Sud appaiono infatti accomunati da questi fenomeni. Non sorprende invece, purtroppo, la vera e propria emergenza in cui vivono le persone trans che lavorano, la maggior parte delle quali viene tuttora respinta o espulsa dal mercato".

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