ROMA – Per molti ragazzini aprire la pagina su Facebook è una sorta di rito di passaggio dall’infanzia a quella terra di nessuno che è la preadolescenza. Né bambini, né adulti, eppure già con gusti precisi, voglia di socializzare, aprirsi al mondo in prima persona. E per questa generazione di nativi digitali approdare su Facebook è un must. A 11 anni uno su due, nel nostro Paese, ha già un suo profilo. Lo dicono i dati della polizia postale. Peccato che non potrebbe averlo. Le regole di Facebook sono poche ma chiare: l’accesso è consentito solo a partire dai 13 anni. E quindi, che si fa? Semplice, si dice qualche falsità magari con la complicità dei genitori che aiutano i figli a creare un account sul social network. Facebook ha comunque regole stringenti per i minorenni: a 13 anni ti puoi iscrivere ma finché non ne hai 18 hai bisogno dell’autorizzazione per pubblicare foto di altri, richiesta ai genitori se si tratta di minori, nessun dato sensibile di altri sul profilo.
A rispettarle, però sono davvero in pochi. Basta guardarsi in giro. Molti 11enni o giù di lì nel profilo inseriscono date di nascita di fantasia. Sulla carta sono appena maggiorenni, ma basta vedere le foto e la bacheca. Immagini personali, di amici, foto al mare, foto con i parenti. Il tutto, ovviamente, senza controllo e senza autorizzazioni. La bacheca poi è un mondo a parte: programmi tv e idoli musicali che solo un teen ager conoscerebbe. Il problema, neanche a dirlo, è che aldilà della data di nascita indicata questi milioni di profili potrebbero essere bersaglio ideale per pedofili. Ma se i ragazzi sottovalutano i rischi, i genitori sono più attenti? A quanto pare no davvero. La polizia postale ha diffuso alcuni dati: un genitore su 5 ammette di non conoscere l’attività del proprio figlio su internet. Il 46,4% ritiene impossibile che il figlio chattando possa imbattere in un pedofilo o un adescatore. Il 47% ritiene impossibile che il proprio figlio veda su internet immagini sessualmente esplicite. L’88,9% ritiene impossibile che il figlio possa spogliarsi e mettere sue foto/video online. L’84% ritiene impossibile che il figlio possa diffondere informazioni o video che possano far soffrire altri coetanei. Ovvero il cyberbullismo.