VICENZA – Una montagna d'oro sottratta ai controlli del fisco da una sorta di ''organizzazione familiare'' con base a Vicenza, ma con contatti in quasi tutte le regioni. A tirare le file della frode fiscale, secondo il Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Vicenza, per cinque anni, due imprenditori vicentini, padre e figlia, riconducibili a due aziende orafe diverse tra loro, coinvolte in distinte procedure fallimentari.
Nel corso delle indagini e' stato accertato che la donna, in concorso con la madre, a sua volta indagata, aveva simulato di aver subito un furto per poter giustificare, attraverso una falsa denuncia, la ''sparizione'' di 30 chili di oreficeria, per un valore pari a 600 mila euro; un bene in precedenza sottratto dalla stessa imprenditrice dal magazzino della societa'.
Le indagini, poi, hanno consentito di accertare vendite e acquisti in nero di oltre 14 tonnellate di oro, tra il 2004 e il 2009, da parte delle due societa', per un valore di oltre 135 milioni di euro. L'evasione, ai soli fini iva, accertata dalle fiamme gialle e' stata pari a circa 54 milioni. Sono risultate coinvolte nelle compravendite non fatturate di preziosi 312 imprese orafe operanti in 17 regioni. In un altro caso, sono risultati indebitamente prelevati da una delle societa' 150 chilogrammi d'oro, per essere utilizzati quale ''buonauscita'' in nero, per liquidare un socio ''occulto''. E' stato anche accertato che per cercare di coprire contabilmente l'ammanco di magazzino, gli imprenditori hanno fatto ricorso a false esportazioni di oltre 500 Kg. di oro fino, per un valore di 7 milioni di euro, verso inesistenti clienti di Hong Kong, grazie alla connivenza di spedizionieri doganali, denunciati, al pari degli imprenditori, per corruzione.
Padre e figlia si sono visti recapitare l'avviso di conclusione delle indagini preliminari emesso dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Vicenza. Alla luce degli elementi emersi, il pm Marco Peraro, ha confermato le ipotesi di reato formulate dalle fiamme gialle secondo le quali, i due sono da ritenere responasabili di frode fiscale, bancarotta fraudolenta aggravata (patrimoniale e documentale), corruzione di pubblici ufficiali e appropriazione indebita.
Nel corso delle perquisizioni svolte, i finanzieri hanno rinvenuto, presso le abitazioni dei due imprenditori indagati, documentazione informatica all'interno della quale si celava una vera e propria contabilita' parallela rappresentativa della reale gestione, mai confluita nei bilanci e nelle dichiarazioni fiscali delle due societa'.