«Non firmare, non firmare». E’ il grido di protesta che i lavoratori della Scala hanno lanciato quando il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, si è spostato dalla platea per salire sul palco del teatro milanese per tenere il discorso per i 65 anni della Liberazione. Nel mirino degli operatori del settore c’è il decreto di riforma delle fondazioni liriche messo a punto dal ministro Sandro Bondi e varato venerdì scorso dal Consiglio dei ministri.
I lavoratori della Scala, dopo aver consegnato una lettera al capo dello Stato per spiegare le loro perplessità, hanno organizzato una protesta davanti al teatro. Si sono registrati momenti di tensione, con qualche spintone tra un gruppo di manifestanti e le forze delle ordine. La decisione del presidente della Repubblica, attesa per questa settimana, potrebbe arrivare lunedì o martedì, mentre si attende il testo definitivo del provvedimento, limato fino all’ultimo negli uffici di Palazzo Chigi e dei diversi ministeri coinvolti.
In caso di promulgazione, i sindacati annunciano scioperi e occupazione dei teatri, che dovrebbero venire fuori a catena. Una dichiarazione di guerra che vale per Milano, ma anche per Roma, dove i lavoratori del Teatro dell’Opera si sono allineati con il coordinamento nazionale. E naturalmente vale a Firenze, tra le città più bollenti, dove i lavoratori hanno votato a maggioranza la possibilità di scioperare il 29 aprile, facendo saltare l’appuntamento del Primo maggio.
Polemico anche lui con il decreto, il sindaco Matteo Renzi (Pd) fa gli scongiuri e invita alla calma, «Sarebbe un autogol», dice. Bondi, convintissimo delle sue ragioni, si è detto pronto a incontrare i sindacati dopo la promulgazione del decreto. A far discutere è il provvedimento, che Pd e sindacati ritengono anche incostituzionale, ma qualche malumore lo hanno provocato i conti delle Fondazioni resi pubblici on line qualche giorno fa da Bondi per sottolineare la crisi del settore.
Il comunale di Bologna, guidato da Marco Tutino che è anche presidente dell’Anfols (l’associazione che raccoglie le 14 fondazioni italiane), non ci sta a farsi elencare nella lista degli indebitati e ribadisce che il passivo dei suoi bilanci «non è imputabile a particolari errori di gestione». «Se negli ultimi anni avessimo ricevuto da Regione, Comune e Provincia gli stessi contributi arrivati ad enti lirici analoghi» il quinquennio 2004-2008 non solo non si sarebbe chiuso in passivo ma «avremmo accumulato un attivo superiore ai 6,1 milioni» sottolinea il sovrintendente confrontando la situazione bolonese con quella del Carlo Felice di Genova, del Regio di Torino e della Fenice di Venezia.
L’attesa rimane comunque per il decreto. Articolato in 7 punti, non dovrebbe comprendere più almeno per ora l’autonomia per il Teatro alla Scala di Milano e l’Accademia di Santa Cecilia di Roma, argomento delle polemiche più infuocate. Rimangono invece tutte le disposizioni per il riordino del settore (comprese quelle per l’Imaie istituto dei previdenza degli artisti) l’età pensionabile dei ballerini a 45 anni, le procedure per arrivare a un contratto nazionale di lavoro del settore in tempi brevi.