Roma – Secondo un’informativa del Gico della Guardia di Finanza, citata da Ferruccio Sansa e Valeria Pacelli sul Fatto Quotidiano, l’avvocato di un presunto “cassiere” di un clan barese sarebbe andato ad appuntamenti hard con la scorta dei carabinieri. Si tratterebbe di una situazione che può essere definita “curiosa”, ma l’articolo non cita eventuali reati che potrebbero derivare da questi episodi.
L’avvocato, scrivono Sansa e Pacelli, si chiama Gianni Di Cagno e difende Michele Labellarte, coinvolto nell’inchiesta “Domino“. I due giornalisti sostengono che dall’inchiesta emergerebbe il presunto ruolo di cassiere di Labellarte, per conto del clan Parisi, considerata una delle cosche più “potenti” di Bari.
Sansa e Pacelli citano allora l’informativa del Gico, nella quale si parlerebbe di “incontri avvenuti tra l’avvocato Di Cagno e ‘donne’, organizzati e in alcuni casi anche pagati da Labellarte”. Da 400 a 800 euro a incontro.
Il racconto dei due giornalisti prosegue con la descrizione del personaggio in questione: Il punto è che Di Cagno oltre a essere avvocato è figura di spicco del centrosinistra pugliese che lo ha spinto a Roma: prima come componente laico del Csm, poi come membro della Commissione di Garanzia per il diritto di sciopero. “È stato del Pci, poi dei Ds, oggi è Pd”, spiega il suo avvocato Michele Laforgia. Di Cagno ha pure collaborato con la fondazione Italianieuropei di D’Alema.
Il racconto prosegue con i presunti incontri: annotano gli investigatori: gli appuntamenti avvenivano a Roma, o a Montecatini Terme. E nella località termale si svolge un curioso siparietto: Labellarte si preoccupa perché l’appartamento per Di Cagno è occupato, forse, da amici di un boss. È nervoso: si attiva “affinché l’appartamento venga liberato” perché “l ‘ avvocato Di Cagno si sarebbe recato nell’appartamento accompagnato dalla scorta dei Carabinieri”. Non pare bello che i militari si trovino di fronte qualcuno della mafia.
