Torpignattara a Roma, via Padova e San Siro-Gratosolio a Milano, Acerra, Chieri: gli stranieri occupano le banlieue da cui gli italiani scappano. Li chiamano ghetti, quartieri abitati quasi per intero da immigrati dove la convivenza con i locali è difficile e la paura italiana dello straniero delinquente si mischia con l’insoddisfazione dei giovani che vivono la periferia. Secondo quanto spiega il quotidiano “La Repubblica”, la facoltà di sociologia dell’università Cattolica di Milano ha studiato le banlieue d’Italia per capire i “processi migratori e integrazione nelle periferie urbane”.
Le periferie e le zone border-line rischiano di diventare «recruitment magnets», calamite di reclutamento, «ovvero luoghi di incubazione e progettazione di eventi eversivi», spiega il professor Vincenzo Cesareo. Tor Pignattara, per esempio, «è fra quelli più a rischio. C’è un pericolo banlieue perché c’è una seconda generazione di immigrati che è alla ricerca di una propria identità . Sono giovani che subiscono angherie e prima o poi reagiranno. Il disagio si sente, si tocca, e può diventare una polveriera», racconta la ricercatrice Stefania Della Queva.
«Dal 1997 al 2007 – dice Stefania della Queva – in questo quartiere gli immigrati sono aumentati dell’81%. In alcune strade vedi quasi soltanto bengalesi con negozi alimentari e internet point e cinesi con ristoranti e laboratori. Meno visibili i romeni, impegnati nei cantieri. La tensione è pesante. “Non siamo più a casa nostra”, dicono gli italiani, che accusano soprattutto i bengalesi di sporcare la città , di fare chiasso fino a notte fonda davanti ai loro negozi, di infestare i condomini con gli odori di aglio e altre spezie… Ci sono stati assalti ai negozi di stranieri. Finora i giovani bengalesi, in gran parte nati in Italia, non hanno reagito, ma c’è il pericolo che una scintilla provochi l’esplosione. Per i bambini la scuola funziona, anche se la percentuale di stranieri alle elementari Pisacane (l’82,2%) è la più alta d’Italia. Alle medie Pavoni è del 28,5%. I problemi iniziano dopo, quando i giovani non trovano più un luogo dove incontrare gli altri giovani del quartiere e si riuniscono in gruppi etnici».
Milano ha già vissuto invece momenti di tensione, la violenza è già esplosa, stranieri contro stranieri: «Uno dei problemi più seri – dice il ricercatore Davide Scotti che ha seguito via Padova – è rappresentato dagli adolescenti che arrivano qui tramite il ricongiungimento familiare. Sognano di trovare la ricchezza e si trovano in case fatiscenti, magari con una famiglia per stanza, nelle quali non se la sentono di invitare i compagni di scuola italiani. Qui le tensioni sono soprattutto fra le diverse etnie, in particolare fra magrebini e sudamericani. I rapporti fra italiani e immigrati in questi ultimi mesi sono meno tesi che in passato. Dopo gli incidenti, tutti hanno interesse a tenere un profilo basso. La tensione nasce dalla coabitazione non governata di persone arrivate da tutto il mondo. Qui l’edilizia è soprattutto privata e i privati affittano badando soltanto al denaro. Non ci sono custodi sociali, come nelle case comunali. Un’azienda svizzera affitta stanze in ex albergo. L’hotel degradato è diventato il rifugio dei transessuali. Il presidente della zona 2, che voleva visitare il palazzo, è stato accolto con il lancio di wc dai balconi. Il nuovo si costruisce quando si capisce che l’integrazione non può essere un obiettivo ma una conseguenza. Faccio un esempio: non si organizza un “torneo di calcio per l’integrazione” ma un torneo aperto a tutti. Se va bene, potrà nascere la scintilla giusta».
Se in via Padova a non sopportarsi sono i diversi gruppi etnici che vivono nelle stesse condizioni, ad Acerra il problema integrazione nasce già tra italiani, come spiega la ricercatrice Emiliana Mangone: «Qui ad Acerra sarà difficile arrivare ad una integrazione fra italiani e immigrati perché c’è divisione anche fra gli italiani. Siamo poco lontano da Napoli e in sette anni la popolazione è aumentata del 19,8%. Migliaia di napoletani sono venuti ad abitare qui e c’è ancora una distinzione netta fra loro e gli acerrani doc. La periferia è cresciuta in modo abnorme, causa “immigrazione” dal capoluogo e anche perché il centro storico, davvero malridotto, è stato abbandonato dagli acerriani. Nei “bassi” ora ci sono soltanto immigrati dell’Est, soprattutto donne, e magrebini. Gli africani sono nelle campagne, pronti a lavorare per pochi euro al giorno. Anche questa potrà diventare una banlieue, quando gli immigrati chiederanno una vita migliore. E anche perché le tensioni della città sono arrivate da noi, ad esempio con la trasferta dei gruppi disoccupati organizzati».
A Chieri, in Piemonte, non c’è bidonville e non ci sono ghetti ma compartimenti stagni: «Questa sembra davvero un’isola felice. Non c’è un’alta criminalità , non ci sono ghetti. Ma i residenti doc e gli stranieri arrivati da 70 paesi diversi vivono in mondi paralleli e separati. Lo straniero è arrivato anche qui. La convivenza ancora no».
Per la vera integrazione l’Italia dovrà aspettare, basta guardare l’evoluzione delle banlieue parigine: «Hanno la loro ossatura nei palazzoni periferici di edilizia popolare anni ’50 poi occupati da chi arrivava dalle ex colonie. Là c’è stata una ghettizzazione pesante. Da noi le banlieue sono a pelle di leopardo, occupano pezzi di periferia e anche centri storici. Ma ciò che manca, anche in Italia, è quella che noi sociologi chiamiamo mixité, mescolanza, quella voglia di conoscenza reciproca che caccia gli stereotipi e abbassa le paure. Nel 2005 in Francia protagoniste della rivolta sono state le seconde e terze generazioni di francesi che non si sentivano francesi. Da noi queste generazioni stanno crescendo adesso», spiega Rita Bichi, docente di metodologia della ricerca sociale.
