MILANO – Strade sgombre dalle macchine e riconquistate dai pedoni, famigliole sorridenti in bicicletta e tante belle intenzioni. Anche quest’anno le amministrazioni comunali sono corse ai ripari contro i primi dati negativi sull’inquinamento con le “domeniche a piedi”: nel week-end del 29-30 gennaio è stata la volta di Milano e Torino ma già altre città, come Firenze, le hanno messe in programma per i prossimi mesi. Interventi episodici che offrono grande visibilità ma sono accomunati dalla stesso esito: zero risultati.
Numeri. Non una valutazione astratta, ma una situazione oggettiva descritta da ricerche italiane e internazionali. Secondo l’Agenzia Europea per l’Ambiente, infatti, tra le 30 città del Vecchio Continente con la peggiore qualità dell’aria ben 17 sono italiane. Capofila di questa poco lusinghiera classifica è Plovdiv, in Bulgaria, seguita da Torino, Brescia e Milano. E nella graduatoria per nazioni il nostro Paese si colloca al terzo posto, dietro solo a Bulgaria e Grecia e ben lontana dagli Stati virtuosi collocati soprattutto nel Nord Europa, con Estonia, Svezia, Finlandia e Danimarca nelle prime posizioni.
Brutta aria. La malattia cronica dell’Italia è stata certificata anche dal dossier “Mal’aria 2011” di Legambiente, secondo il quale nel 2010 sono stati ben 48 i capoluoghi di provincia dove si sono registrati sforamenti del limite della concentrazione di polveri sottili per oltre i 35 giorni previsti dalla legge. Maglia nera ancora una volta è Torino, con ben 134 giornate “fuori legge”, seguita da Frosinone e Asti. Tra le grandi città male anche Napoli (95), Milano (87) e Firenze (65), mentre Roma (39) si difende meglio. Nel complesso sono 21 i centri dove le giornate con un’eccessiva concentrazione di PM10 sono state oltre il doppio di quelle consentite e ben 30 delle province inquinate sono si trovano nella Pianura Padana, che si conferma l’area più a rischio del Paese.
Strategie. Ciò che manca è una politica di ampio respiro, come spiega Rossella Muroni, direttore generale di Legambiente: «Non bastano interventi “spot”, servono scelte strutturali, dal contrasto all’auto privata al rilancio del trasporto pubblico. È necessaria una legge quadro sulla mobilità, che stabilisca criteri uniformi per i provvedimenti comunali e provinciali, in modo da garantirne l’efficacia nel tempo, insieme allo stanziamento di adeguate risorse economiche per la loro realizzazione». Sono infatti proprio i trasporti, seguiti dall’industria siderurgica e petrolchimica (soprattutto in città come Taranto e Trieste) e dalle emissioni prodotte dai riscaldamenti domestici le principali cause di un inquinamento che in Italia causa la morte di 15 persone ogni 10mila abitanti. Un problema registrato anche dalla Commissione Europea che lo scorso novembre ha deferito il nostro Paese alla Corte di Giustizia continentale per non aver rispettato la direttiva sulla qualità dell’aria, un provvedimento che riguarda un’area di oltre 52mila chilometri quadrati, distribuita in 15 regioni e abitata da 30 milioni di persone.