
Un frame di un documentario sull'emigrazione italiana negli Stati Uniti d'America (da YouTube)

ROMA –ย Italiani migranti, non solo navigatori e eroi, come sognava Mussolini. A migliaia si stipavano nelle navi in partenza da Genova, Napoli, Palermo. Dall’altra parte dell’Atlantico, li aspettavano altra miseria e tante umiliazioni, prima che la loro vita diventasse normalmente americana. Ma fino a un certo punto. Quando nel 1940 l’Italia entrรฒ in guerra a fianco della Germania, gli italiani scoprirono di essere ancora diversi. Furono anni duri e tremendi. Il Canada fu in prima linea in una mega retata anti italiani, che ora il primo ministro canadese Justin Trudeau vuole cancellare con pubbliche scuse e che Leyland Cecco ha rievocato sul Guardian, attraverso il racconto di una famiglia di italo-canadesi, Iannetta, Altro che โpopolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori e trasmigratoriโ, come รจ scolpito sulle facciate del Palazzo della Civiltร e del Lavoro a Roma. Poveri e disperati, in cerca di una vita migliore di quella che offrivano le campagne del Meridione, le valli del Nord e il Friuli.
Non c’era guerra allora, solo tanta fame, aggravata da una fase di sovra popolazione e dagli errori dell’Italia post Unitร . Il racconto ha inizio con l’irruzione, nel 1940, della Polizia federale canadese in un circolo di italiani a Windsor, dall’altra parte del Detroit river rispetto alla omonima cittร statunitense. La polizia arrestรฒ il barista Michele Iannetta insieme ad altre persone, gli agenti decisero di perquisire la sua abitazione, seguiti dallo sguardo pietrificato della moglie Antonia e del figlio Guido, alla ricerca di una qualunque traccia che potesse confermare le sue simpatie politiche.
Michele, naturalizzato canadese e con due fratelli nell’esercito, non tornรฒ a casa quella notte, neppure quella seguente: fu rilasciato quattro anni dopo, senza mai essere stato accusato di alcun crimine. โQuando accade una cosa del genere si รจ al centro dellโattenzione.
I vicini spiavano dietro le tende quanto stava succedendo, ci fu grande vergogna per il coinvolgimento in questa vicendaโ spiega Susan Iannetta, nipote di Michele. Per decenni, la comunitร italiana ha invitato il governo canadese a riconoscere di aver agito in modo ingiusto arrestando centinaia di italo-canadesi, molti dei quali cittadini canadesi. Il Canada approvรฒ il War Measures Act, lo Statuto Bellico, nel giugno 1940, dopo la dichiarazione di guerra allโInghilterra da parte dellโItalia: lo statuto dette al governo ampia libertร di sorveglianza sui circa 31.000 italiani ritenuti โstranieri nemiciโ, nel timore che i sostenitori del fascismo prendessero il controllo.
La polizia si impegnรฒ immediatamente, compilando una lista di uomini italiani che facevano parte di note organizzazioni fasciste, ma anche di quelli le cui uniche affiliazioni erano ai centri sociali italiani. In totale, vennero prelevati dalla polizia 654 uomini, il cui tempo di detenzione medio fu di circa quindici mesi. Altri migliaia furono costretti a sottoporsi a un procedimento di registrazione mensile, con conseguente verifica dellโindirizzo di residenza. Michele fu trasferito a Camp Petawawa, in Ontario, e in seguito nella cittร di Fredericton, dove erano detenuti la maggior parte degli uomini. Per anni, il barista non ebbe la possibilitร di vedere la moglie e i figli, sia a causa delle restrizioni, sia per i costi inaccessibili. โTutto ciรฒ si rivelรฒ devastante per la mia famiglia.
Come avrebbe potuto prendersi cura della madre? Quando sarebbe tornato a casa?โ dice Susan, leggendo la corrispondenza tra il nonno e la nonna. โQueste lettere trasudano disperazioneโ. Michele cominciรฒ a raccontare le proprie esperienze nei campi solo nel 1973, due anni prima di morire. Lโinternamento degli italo canadesi non ebbe certamente la stessa portata di quelli nei confronti dei giapponesi: lโintera popolazione di residenti โ molti dei quali naturalizzati – venne radunata e spedita nei campi di concentramento.
E se nel 1988 il Canada si รจ scusato con la comunitร giapponese residente – compreso un risarcimento per lโinternamento e il sequestro di proprietร private – i successivi governi si sono opposti a scuse ufficiali agli italiani, in parte per timore di un’accusa. Nel 1990, l’allora primo ministro Brian Mulroney, offrรฌ le “totali e incondizionate scuse per i torti fatti ai nostri concittadini di origine italiana”, scuse che, perรฒ, non sono mai state espresse in Parlamento. Il governo Trudeau ha spiegato invece di volerle formalizzare, senza perรฒ indicare una data precisa. Nessuno dei detenuti รจ stato mai accusato di un crimine nรฉ tantomeno รจ stato loro concesso un avvocato. E se le scuse potrebbero lenire le sofferenze di tutte quelle persone i cui padri o nonni erano tra i prigionieri, Susan Iannetta contesta l’obbiettivo e la tempistica. “Eโ troppo tardi. Non si puรฒ cancellare una simile vergogna, non sarร restituita loro la vita, non c’รจ modo di rimediare”. Preferirebbe, invece, che il governo si adoperasse per informare le persone sulla storia dell’internamento. Anni dopo, ricorda ancora la vergogna provata per la propria identitร e quella dei vicini di casa, che per sembrare meno italiani furono costretti a cambiare nome e cognome.
