GENOVA – Qualcuno ha manomesso la scatola nera del Jolly Nero, il cargo che il 7 maggio del 2013 urtò la Torre Piloti del porto di Genova, causando nove morti? E’ quanto ipotizza la Procura ligure, che parla di “indagini da subito caratterizzate da ostacoli e rilevanti inquinamenti probatori”, come riferisce Marco Grasso sul Secolo XIX. Per la compagnia armatrice Messina, invece, si tratta di “guai tecnici”.
Eppure qualcosa non torna nel materiale acquisito dai magistrati all’indomani della strage: il sistema Vdr (cioè la scatola nera del Jolly Nero) non ha registrato quel che è accaduto nelle ore relative all’incidente, scrive Grasso.
“Ogni comunicazione a bordo – una pratica fondamentale per capire cosa avviene in caso di incidente – viene registrata in tre copie: la prima è fisicamente nella torre piloti e viene distrutta nel crollo; la seconda, sulla nave, vi ha accesso solo il comandante Roberto Paoloni che, dicono gli inquirenti, «unico a possedere le chiavi dell’apparato, avrebbe effettuato un’operazione sull’elaboratore immediatamente dopo l’incidente; la terza, è in mano alla compagnia Messina: «Risultano mancare essere impresse le registrazioni della mattina del 7 maggio e della sera di quello stesso giorno, dopo l’incidente, ma mancano quelle relative alle ore intermedie». «Tale grave quadro indiziario attinge in primo luogo al comandante della nave – conclude il giudice – per quanto sussistano più che fondati motivi per ipotizzare che lo stesso non abbia agito di propria iniziativa ma su disposizione di persona in via di identificazione».
La compagnia Messina non ha mai rilasciato commenti sulla tragedia sin dall’inizio della vicenda.